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Porto di Napoli
16 novembre 2018, Aggiornato alle 11,30
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Assocostieri, "LNG in crescita da tre anni"

All'assemblea delle società che gestiscono i depositi costieri energetici in Italia si è parlato del porto di Napoli e del mercato del gas


di Paolo Bosso

Il mercato del gas naturale liquefatto (LNG) cresce in tutto il mondo, anche nel porto di Napoli. Qui, nel 2017, il suo volume è salito di un quarto, «a fronte di una sostenuta crescita nazionale dei consumi negli ultimi tre anni e contro un calo dell'1 per cento del consumo di energia derivata dal petrolio», afferma Marika Venturi, presidente Assocostieri, associazione che martedì, a Napoli, ha tenuto l'assemblea privata e pubblica, nel giorno del suo 35esimo compleanno, festeggiando con 20 nuovi associati provenienti proprio da società dedicate all'LNG.

Tra qualche settimana l'Autorità di sistema portuale (Adsp) del Tirreno centrale lancerà una gara per realizzare un deposito costiero di LNG (l'authority lo vorrebbe galleggiante) nella zona della darsena petroli del capoluogo campano, dopo una manifestazione d'interesse chiusa con 17 società. Il progetto abbozzato dall'Adsp prevede un terminal tra i 10 e i 20 mila m³ (5/10 mila tonnellate circa). «Vorrei che le società che hanno manifestato interesse si presentassero in cordata», auspica Spirito. Dovrà nascere in un luogo spesso al centro di discussioni e polemiche: la sua presenza lì è storica ma oggi è diventata una zona compressa tra lo sviluppo del porto a Levante, con l'eterno progetto per il terminal container - che nonostante tutto va avanti - e lo sviluppo urbano a Nord. 

«Non possiamo lavorare con la spada di Damocle della delocalizzazione», afferma Diamante Menale, vicepresidente Assocostieri e presidente Energas, una delle 17 società che ha partecipato alla manifestazione d'interesse. «E Napoli non può vivere senza un presidio energetico», gli risponde, tranquillizzandolo, il presidente dell'Adsp, Pietro Spirito. «Quella della delocalizzazione – continua Spirito, ribadendo un concetto che ripete da quando si è insediato, a dicembre 2016 - è una finta questione: finché non ci sarà un luogo idoneo dove trasferire i depositi energetici non ha senso parlarne». Archiviata la questione delocalizzazione, resta però quella dei tempi, «quella legata ai permessi, come per esempio la VIA (Valutazione d'Impatto Ambientale, ndr)», afferma Paola Barzaghi, funzionario del ministero dello Sviluppo Economico nella direzione Infrastrutture Energetiche. Infine, c'è anche il nodo urbanistico: il coordinamento tra Piano regolatore portuale (PRP) e Piano regolatore comunale. Prima della riforma il primo era sussunto al secondo, con la riforma della legge 84/94, e il 'correttivo porti' successivo, si creano nel PRP due fasce: quella costiera-cerniera, di interesse anche comunale, e quella prettamente portuale su cui l'Adsp ha maggiore autonomia. «Il nostro Piano regolatore è del 1958, a febbraio abbiamo redatto un Master Plan 2030, inviato a Regione e Comune, che rappresenta l'impianto che l'Adsp propone per il nuovo PRP», spiega Spirito.

Il porto di Napoli è un punto di approvvigionamento chiave di prodotti energetici, ed infatti è stato scelto tra gli otto porti d'Italia che dovranno realizzare un deposito costiero, sulla base della direttiva DAFI del 2014. «Movimenta circa un milione di tonnellate di gas l'anno, pari al 35/40 per cento del fabbisogno nazionale e l'80 per cento di quello Meridionale», spiega Menale. Il punto però è: quanto crescerà il mercato LNG dopo il 2020, quando nuove normative ambientali sulla navigazione dovrebbero spingerne l'uso? «È il problema dell'uovo e della gallina – conclude Pierre Vergerio, vicepresidente esecutivo "Gas midstream " di Edison – senza mercato non si può investire in nuovi depositi ma senza investimenti non c'è mercato».