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20 novembre 2019, Aggiornato alle 16,04
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Politiche marittime

Ravenna sotto inchiesta, Federagenti: "Presidenti dei porti come martiri"

Con tutte queste inchieste in corso, per Duci l'Italia si ritrova "libanizzata". Vertici delle authority sempre più disimpegnati per evitare inchieste giudiziarie

Il porto di Ravenna

Presidenti dei porti italiani come martiri. N'è convinto il presidente di Federagenti, Gian Enzo Duci, di fronte all'ultima indagine scattata nelle autorità di sistema portuale. Ora anche i vertici dell'Autorità portuale di Ravenna sono sotto indagine della magistratura, paralizzandone la governance. Dopo il sistema portuale di Livorno, il cui presidente e segretario generale sono rientrati da poche settimane, anche per Daniele Rossi e Paolo Ferrandino (più un altro funzionario), presidente e segretario generale dell'Autorità di sistema portuale dell'Adriatico centro-settentrionale, sono scattati da stamattina provvedimenti giudiziari che ne hanno decretato l'interdizione dai pubblici uffici. Il fascicolo aperto riguarda casi di inquinamento ambientale, abuso e omissione di atti d'ufficio.

Ravenna è l'ultima di una lunga lista di governance 'congelate'. C'è anche il sistema portuale di Napoli e Salerno, dove la magistratura ha notificato a maggio diverse misure cautelari per gare truccate, misure che in questo caso non hanno interessato i vertici e risalgono ad eventi degli anni del commissariamento. C'è inoltre un'indagine penale nei porti di Bari e Brindisi e una per abuso d'ufficio a Gioia Tauro. E ciò non toglie che ne possano scattare altre in altre porti, magari al Nord, secondo Federagenti.

«I casi sono due: o l'ex ministro dei Trasporti Graziano Delrio, nella scelta dei presidenti e dei segretari delle autorità di sistema portuale ha sbagliato tutto assegnando la governance dei porti a incompetenti o disonesti; oppure la riforma portuale colloca, per la sommatoria di norme e competenze, i vertici delle Autorità di sistema portuale in una posizione di martirio certo», commenta Duci. «Tertium non datur se non l'eventualità di affidare direttamente a magistrati inquirenti la guida di tutta la portualità italiana», afferma.

Le indagini bloccano l'operatività di diversi scali importanti, con conseguenze rilevanti sia sul commercio che sulla pianificazione infrastrutturale. «Nel silenzio assordante della politica - continua Duci - si sta consumando una vera e propria carneficina nei porti e dei quadri dirigenti che dovrebbero guidarli in un momento per altro delicatissimo in cui le opportunità di ripresa potrebbero trasformarsi nel giro di poche settimane in clamorosi autogol. Oggi, e non è un paradosso, solo un manager con vocazione al martirio o un dirigente che non abbia nulla da perdere e che comunque non possa sperare in nessuna crescita professionale, potrebbe ragionevolmente accettare una carica, a decisione limitata e a rischio illimitato».

Secondo Duci questo è l'indizio che la riforma dei porti del 2016, che ha creato le autorità di sistema portuale, non è riuscita a normalizzare l'esposizione giurisdizionale delle dirigenze portuali, con la conseguenza che il sistema portuale italiano è «libanizzato», con i vertici ancora non travolti da inchieste sempre più restii «ad assumere qualsivoglia decisione e a ufficializzarla con una firma». 

La proliferazione delle inchieste giudiziarie «è lo specchio di una riforma portuale fallita», conclude Duci, secondo il quale «la concentrazione di funzioni, competenze in un quadro normativo sconclusionato e tutto da interpretare hanno creato le premesse per il più grande fallimento della portualità nazionale».