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Gare truccate al porto di Napoli, i dettagli dell'operazione "Criptocorruzione 2.0"

Associazione per delinquere, corruzione, turbativa d'asta e frode per cinque imprenditori e due funzionari pubblici. La Capitaneria: "Humus nella gestione commissariale". L'Adsp: "Piena collaborazione"

Il porto di Napoli

di Paolo Bosso

Cinque imprenditori e due funzionari pubblici dell'Autorità di sistema portuale del Tirreno centrale sono stati raggiunti da diverse misure cautelari per un'indagine iniziata due anni fa dalla Capitaneria di porto e dalla Guardia di finanza sul sistema di gestione degli appalti nel porto di Napoli. L'Autorità di sistema portuale del Tirreno centrale ha ribadito in una nota «la piena collaborazione dell'istituzione nei confronti della polizia giudiziaria e della magistratura». «Tutti gli elementi emersi dall'indagine saranno valutati attentamente per assumere le conseguenti determinazioni. Sulla gestione degli appalti per la manutenzione siamo intervenuti introducendo regole severe a valle di un'analisi effettuata sui procedimenti passati», ha detto Pietro Spirito, presidente della authority tirrenica. «Continueremo lungo il percorso tracciato per assicurare il massimo rispetto della legalità», ha concluso.

L'indagine
In tutto sono coinvolti cinque imprenditori e due funzionari dell'Autorità portuale, raggiunti da misure cautelari eseguite dalla Capitaneria di porto su disposizione della Procura di Napoli. Si tratta di sei custodie cautelari e un'interdizione dai pubblici uffici per un anno. I reati contestati sono associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, turbativa d'asta e frode in pubbliche forniture nell'ambito delle gare d'appalto bandite dell'autorità di sistema dei porti di Napoli, Salerno e Castellammare di Stabia. «Il proliferare del sistema corruttivo trovava il suo humus nella confusione amministrativa delle gestioni commissariali dell'Autorità portuale, connaturate anche dall'assenza di adeguati controlli interni nonché dall'assoluta inefficacia del piano anticorruzione di cui l'ente si era dotato», spiega la Capitaneria di porto in una nota. L'operazione è stata battezzata "Criptocorruzione 2.0" ed è basata per lo più su intercettazioni ambientali e telefoniche.

L'elenco dei sei nomi è stato reso pubblico da alcuni giornali ma Informazioni Marittime preferisce non farlo. Le società coinvolte nelle indagini sono undici, per lo più imprese di costruzioni, logistiche e di trasporti. L'inchiesta si sta occupando di eventi compresi tra il 2013 e il 2017 e che riguardano principalmente illeciti nell'attribuzione degli appalti.

L'inchiesta ha accertato che circa 22 milioni di euro di appalti sono stati oggetto di turbativa d'asta «ad opera - spiega la Capitaneria - di un'associazione per delinquere che ha strutturato un sistema illegale composto da dipendenti corrotti dell'Autorità di sistema portuale del Tirreno centrale e da imprenditori». 

Il primo sistema utilizzato dai funzionari era quello di creare delle finte urgenze per snellire le procedure di gara, così da concordare gli importi dei lavori con le ditte. In alcuni casi veniva gonfiato l'elenco delle imprese con altre che funzionavano da "teste di legno" per quelle favorite. Infine, in alcuni casi i funzionari utilizzavano la procedura dell'affidamento diretto frazionando l'importo dei lavori e affidandolo ad altre ditte-teste-di-legno. La spartizione avveniva già nella fase di individuazione e progettazione visto che era lo stesso funzionario pubblico a dover poi redigere gli atti amministrativi di vigilanza e pagamento. La Capitaneria ha accertato che nei casi in cui le gare avevano somme importanti, in cui il sistema del frazionamento non sarebbe stato possibile, sono state pilotate le nomine dei membri delle commissioni aggiudicatrici.

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