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18 settembre 2018, Aggiornato alle 16,23
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Navi avventura, tempesta perfetta a bordo di una portacontainer

Se le onde sono alte come palazzi e il capitano non batte ciglio. Una giornata particolare (neanche tanto) in mezzo al mare


di Ferruccio Repetti - DL News

 

E dai! Uno, due, tre, quattro, cinque… badabang! Ancora, in successione rapida: uno, due, tre, quattro, cinque… E ancora più forte: badarabang! Basta, non ne posso più! Salto giù dal letto, do un'occhiata all'orologio – sono le 2 e 36 del mattino, East Africa time -, un'altra occhiata la do oltre l'oblò panoramico, alla linea d'orizzonte. Che vedo oscillare destra-sinistra e sopra-sotto come fossi ubriaco. Non è vero, sono sobrio, anche se morto di sonno e… be', sì, anche di fifa. Lo ammetto, tanto non c'è nessuno, a giudicarmi, qui, nella owner cabin, l'alloggio dell'armatore, salotto, camera e servizi, della nave cargo su cui ho chiesto un giorno - chissà perché, ma lo so io -, di imbarcarmi per respirare l'Oceano, per capire, almeno un po', com'è fatto, e soprattutto per scoprire, a pelle, se è vero che ti dà e ti prende sempre qualcosa. L'Oceano, quello vero, sognato, cercato, ora finalmente vissuto.

 

Ma questa, forse, questa è la volta che "lui" ti prende. Pretende. Guadagno d'un balzo la sala comando. E, belin, ci trovo il comandante Poletti che scruta il radar e parla ai quei due impegnati al timone e alla plancia. Due soli, capisci?, due su ventuno dell'equipaggio. Altri cinque sono al lavoro in sala macchine e alla radio, tutti gli altri dormono, si fa per dire, ma qualcuno ci riesce pure, nonostante il vento di 55 nodi contrario – mica balle, sta scritto sul display -, e nonostante le onde da cinque "piani" in su.

 

Ecco il perché della sequenza: uno, due, tre, quattro, cinque, e badabang: la chiglia piatta è sollevata come un fuscello, risale l'onda a scatti, tocca la cresta, e via! precipita con relativo sconquasso. Appena un attimo, e ricomincia il su-e-giù, squassabudelle, a mitraglia, senza tregua. Eppure Poletti, che sa che il carico è ancorato al sicuro, continua a esprimersi a monosillabi, voce ferma, e, per me unico passeggero, stranamente calma. Come nelle giornate precedenti, quando al massimo c'era onda lunga, cieli da cartolina e pesci rondine che mi saltavano addosso mentre prendevo i raggi sul ponte, circondato (protetto? oppresso?) da file di container.

 

Sarà che per lui, il comandante, è il mestiere, e per me è il primo viaggio vero per mare, dopo averlo navigato in lungo e in largo nelle pagine di Ramusio e Conrad, di Folco Quilici e Vittorio G. Rossi, sì, proprio quel "Signor Rossi" che ha scritto "Oceano" e diceva: "Bisogna vivere sulla propria pelle, prima di scrivere"... Ma ora capisco anche di aver assorbito i racconti di mio padre, papà Pio, che erano veri, ma parevano romanzati e romanzeschi più di quelli dei libri: quando mi parlava di tempeste e bonacce, di nebbie e tramonti infuocati, di sole e di sete, e - certe volte, quando gli andava - di stokke e bacilli, gallette e musciame. Non di tonno. Di delfino.

 

A proposito: mica puoi rassegnarti a saltare pasto se fuori c'è, diciamo, un po' di maretta. Tanto più se la maretta dura tre giorni come quella volta lì. Il cuoco, obbligatorio a bordo, cucina primi e secondi da chef, come si fa a resistere? Dici: sarà la fame, o comunque il fatto che non hai scelta. Falso: il contratto sindacale garantisce l'equipaggio, chi sta in cucina non può improvvisare, dev'essere all'altezza. Se pensi a minestra riscaldata e pastasciutta stracotta, sei fuori. Il menù cambia ogni giorno, e nei vari scali si fa incetta di "fresco", in particolare pesci, crostacei e frutti di mare. Mai vista e mai mangiata una polpa di ricci così. E i gamberi, i totani, e quei pescioni che neanche nell'enciclopedia di Cousteau o sulla tavola di uno stellato Michelin!

 

Ma… badarabang, questa botta è più forte del solito, non ci penso neanche a tornare a letto. Meglio qui, sul ponte, almeno finché il comandante Poletti dà l'idea di gestire la situazione, e lo stomaco mi permette di raddrizzare l'orizzonte destra-sinistra senza andare a sbattere.


Però, che grande notte da incubo da raccontare! Prima di tutto a me stesso, s'intende, tante e tante altre volte, a terra, con i piedi ben fermi e la testa e il cuore che ricominciano a scrutare lontano. Cercando un nuovo Oceano da fissare negli occhi: quell'Oceano che ti dà e inevitabilmente ti prende qualcosa.

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