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Porto di Napoli
16 novembre 2018, Aggiornato alle 11,30
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La terra di mezzo delle autorità portuali italiane

L'indagine della Dg Competition di Bruxelles, che chiede ai porti italiani di pagare le tasse, riapre una vecchia questione


di Paolo Bosso

L'indagine aperta dalla Dg Competition di Bruxelles, che chiede in sostanza di tassare i porti italiani, è chiara per quelli nordeuropei, ambigua per quelli italiani. «La richiesta è coerente con l'orientamento dei porti europei, che sono società per azioni e non rispondono a regole di diritto pubblico. Noi siamo un ente di regolazione, in una condizione ibrida: incassiamo canoni ma non siamo un soggetto economico libero, non possiamo negoziare con i concessionari ma solo applicare le regole». Per Pietro Spirito, presidente dell'Autorità di sistema portuale (Adsp) del Tirreno centrale, l'indagine aperta dalla Dg Competition della Commissione Europea è una richiesta bizzarra ma mette anche in luce l'ambiguità storica dell'ente regolatore portuale italiano. I porti italiani, secondo Spirito, sono «in una terra di mezzo: non fanno pura regolamentazione perché incassano i canoni, ma contemporaneamente sono l'unico ente regolatore dei porti gestendone il demanio. Per l'Europa siamo prevalentamente un ente privatistico, per lo Stato italiano prevalentemente pubblicistico. Io, insieme a tutti i presidenti delle Adsp, sono un dipendente del ministero dei Trasporti». 
 
Non è la prima volta che la natura pubblica e insieme economica - che gestisce i soldi con un bilancio, anche se non per fare attività commerciale, come precisa la legge 84/94, da qui la definizione di ente pubblico non economico - delle autorità portuali italiane viene messa in luce. È già successo otto anni fa, quando il ministero dell'Economia ha inserito i porti italiani nell'elenco Istat degli enti pubblici soggetti al taglio della spesa, che tra le altre cose prevedeva il blocco dell'aumento degli stipendi. Ma i dipendenti (pubblici) delle autorità portuali sono soggetti al regime d'impiego di diritto privato.
 
È proprio questa doppia anima dell'ente portuale italiano il centro della questione, non tanto la ricerca di quale sia la posizione giusta da prendere: vista questa natura ambigua, propendere per la tassazione o meno è solo una questione politica più che tecnica. Una scelta. «Se dovessimo pagare i tributi a noi stessi, a quel punto dobbiamo alzare il costo dei canoni», afferma Spirito: «O lo Stato decide una nuova cornice giuridica oppure le cose restano così».
 
Bruxelles, attraverso la Dg Competition, chiede che l'Adsp paghi i tributi sui canoni incassati. Semmai dovesse succedere si andrebbe incontro a un grattacapo giuridico non da poco, creando un ente pubblico non economico ancora più ambiguo. 
 
«È lo Stato a decidere la nostra cornice giuridica. Le Ferrovie dello Stato, per esempio, sono una società per azioni e pagano le tasse. Considerando la nostra natura – conclude Spirito -, e come se Bruxelles stesse chiedendo a mio figlio di pagare le tasse sulla paghetta».

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Immagine in alto, il porto di Savona