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10 agosto 2020, Aggiornato alle 19,36
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Politiche marittime

Napoli e portuali, "Pluralità di soggetti? Piuttosto via le concessioni asservite"

ANCIP risponde alla richiesta di entrata nel mercato delle compagnie portuali: sarebbe controproducente per tutti. "Qui aree portuali parcellizzate"

La "casa del portuale", sede della CULP di Napoli

Trasformare il lavoro delle compagnie portuali in una pluralità di soggetti, oltre ad essere in primo luogo impossibile da realizzare per via del fatto che la legge (84/94) che disciplina i porti non lo permette, sarebbe in ogni caso controproducente su tutti i fronti, abbasserebbe certo il costo del lavoro ma lo frammenterebbe eccessivamente, la qualità del servizio diventerebbe instabile e la sicurezza sul lavoro incerta. Cui prodest, forse all'autoproduzione?

ANCIP risponde così a Pasquale Legora de Feo, amministratore delegato del principale terminal container di Napoli, Conateco, che in un recente articolo sulla newsletter dell'Autorità di sistema portuale del Tirreno Centrale aveva auspicato, tra i vari interventi da fare per la portualità, il «superamento della logica dell'unico soggetto di fornitura di manodopera temporanea, aprendo il mercato alla concorrenza tra i più soggetti».

Una «provocazione strumentale», secondo Luca Grilli e Pierpaolo Castiglione, presidenti rispettivamente dell'Associazione Nazionale Imprese Portuali (ANCIP)  e della Compagnia Unica Lavoratori Portuali di Napoli (CULP). Secondo loro una vaga pluralità di soggetti «è rivelatrice di una approssimativa conoscenza della Legge 84/94. Non è dato comprendere l'utilità di più società che dovrebbero applicare la stessa tariffa retribuendo i propri lavoratori alle medesime condizioni se non frammentare la risposta operativa con un organico frazionato e certamente non sufficiente o peggio poco preparato a rispondere con immediatezza e preparazione alla domanda di lavoro del porto». In altre parole, un soggetto unico, così come non permette altrimenti la legge, garantisce una società «affidabile e attenta alle esigenze degli utenti portuali. Solo qualcuno non lo ha ancora capito, sebbene lo si sia dimostrato con i fatti, che l'operatività portuale non può che trovare giovamento dall'utilizzo degli operai della CULP».

Piuttosto, sottolineano Grilli e Castiglione, al porto di Napoli, ma questo vale anche per molti altri porti italiani, le criticità sono altre. Scambio di manodopera artt. 16 e 18 (e anche questo la legge non lo permette); parcellizzazione della quasi totalità delle aree portuali «asservite in concessione», rendendo impossibile l'accesso - è qui che avrebbe senso quella "pluralità di soggetti", secondo ANCIP e CULP - ad altre imprese. Ancora, sfruttamento del lavoro al limite dello stalking, e infine l'arroganza di alcuni interlocutori, che «si arroccano su posizioni ormai superate dai fatti circa i costi del lavoro ed un'organizzazione del soggetto autorizzato alla fornitura di lavoro portuale temporaneo che da tempo ha cambiato i suoi parametri adeguandoli alle necessità del porto e dei suoi attori». Grilli e Castiglione si riferiscono alla riorganizzazione interna degli ultimi anni della CULP di Napoli, al dibattito sull'autoproduzione (la possibilità per gli armatori di utilizzare i marittimi per fare alcune o tutte le manovre di carico e scarico merce dalla nave), alla possibilità di trasformazione in agenzia del lavoro portuale.

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