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10 luglio 2020, Aggiornato alle 21,29
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Cultura

Il Cavallo di Troia tra mito e bufale

Una nuova (ma non tanto) interpretazione della vicenda omerica in chiave "navale", rilanciata dai media in cerca di scoop. La riflessione dell'archeologo Michele Stefanile 


di Michele Stefanile - Archeologia Subacquea 

Sta avendo grossa risonanza mediatica, in queste ore, un articolo del Corriere relativo alla teoria dell'archeologo bresciano Francesco Tiboni in merito al Cavallo di Troia, da lui interpretato come una nave fenicia dal nome Hippos. Tesi che sarà presto pubblicata in un paper per Archaeologia Maritima Mediterranea e in un articolo divulgativo per Archeologia Viva.

Tra gli addetti ai lavori, oggi sempre più in rete grazie anche ai social network, si è rapidamente accesa un'animata discussione: che il Cavallo di Troia fosse in realtà una nave, è teoria vecchia e ampiamente pubblicata, anche in studi recenti (da ultimo J. Ruiz de Arbulo "Los navegantes y lo sagrado. El barco de Troya. Nuevos argumentos para una explicación náutica del caballo de madera." In: X. Nieto y M.A.Cau (Eds): Arqueología Náutica Mediterránea, Monografies del CASC, 8, Girona,2009, 535-551). Tiboni, esperto di navigazioni per ambiti cronologici molto antichi, porta la ricerca più in là, confutando l'idea già diffusa di una nave sacra, e riconoscendo una tipologia precisa.

Come spesso accade, è il sensazionalismo dato alla "scoperta", e la ricerca dello scoop in una materia che procede su ritmi diversi, a penalizzare, in ultimo, il lavoro di un bravo studioso: anche al netto delle palesi imprecisioni del giornalista (a cominciare dal vascello del sommario), è forse il tono inutilmente trionfalistico del pezzo, il racconto indianajonesco della folgorazione dell'archeologo su una pagina di Pausania, la critica agli scettici, a indurre all'errore, deformando un'idea scientifica di sicuro fascino, ma tutta da dimostrare (attendiamo con curiosità il paper per AMM) in una scoperta storica di portata globale.

A volte, purtroppo, si è così presi dall'idea di riscrivere la storia (a scanso di equivoci: ci riferiamo qui al giornalista, non allo studioso), che si finisce per ignorare il fatto che in ogni convegno e in ogni volume di riviste scientifiche, ci sono decine di nuovi studi, reinterpretazioni, riscritture. E allora, paradossalmente, per un archeologo come Tiboni, che, per chi non lo sapesse, ha lavorato nei porti di Genova e Taranto, ha scavato relitti importanti e pubblica spesso reperti di eccezionale interesse (tra gli ultimi, alcuni alberi di navi antiche), la visibilità maggiore arriva oggi su una annunciata (e non ancora edita) rilettura di un passo omerico che, beninteso, rifletterà anche temi e immagini di un mondo lontano, ma che resta pur sempre suggestione letteraria.

E allora non ce ne voglia lo studioso, non si critica qui la sua posizione. Ci si limita a rilevare che la comunicazione dell'archeologia ha ancora qualche ruggine nel districarsi tra le mille storie del passato, tutte da raccontare.