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Porto di Napoli
16 novembre 2018, Aggiornato alle 11,30
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Dragaggi a Napoli, in primavera la verità

Quattro mesi per i test di permeabilità del tufo che decideranno quanto è fattibile la cassa di colmata che accoglierà i sedimenti e renderà possibile la costruzione del terminal container di Levante | Piano regolatore | Il business dei SIN


di Paolo Bosso 
 
Quattro mesi per sapere se sarà possibile fare i dragaggi a Napoli. Il commissario Francesco Karrer, nel corso di un convegno organizzato dal Propeller Club di Napoli, ha detto che sarà questo il tempo massimo necessario per eseguire i test di carotaggio della base tufacea su cui realizzare la cassa di colmata dove riversare i materiali dragati. Cassa che a sua volta permetterà la realizzazione del nuovo terminal container di Levante.
È tutto collegato: fondali più profondi che permettano l'ingresso di navi più grandi e più traffico, infine sedimenti dragati che faranno da base strutturale alla realizzazione di un nuovo terminal container a Levante, un'opera che gli operatori dello scalo di Napoli attendono da tanti anni. 
I dragaggi sono il punto di partenza. «Dobbiamo fare due carotaggi» spiega il commissario dell'Autorità portuale Francesco Karrer. Per capire se la cassa di colmata di Levante sarà sostenibile al livello ambientale, il decreto autorizzativo dei dragaggi (n.5376), arrivato qualche settimana fa dal ministero dell'ambiente, chiede due trafori a distanza non inferiore ai dieci metri, mentre quelli effettuati finora sono stati fatti a quattro metri, troppo poco per il ministero.

Piano regolatore
Altro fronte importante del porto di Napoli per sbloccare i lavori e rilanciare le attività è il Piano Regolatore Portuale. «L'ultima revisione è stata fatta frettolosamente, in pochi giorni, tre anni fa» spiega il presidente Assoagenti Andrea Mastellone. Una superficialità che l'ha portata dritta dritta alla bocciatura da parte del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. «Il porto di Napoli va avanti con un Piano del 1958. È stato riformulato nel 2004 con un progetto per delocalizzare i petroli che non ha mai avuto la Valutazione di Impatto Ambientale» spiega Karrer. «Dobbiamo pensare a come farci approvare il Piano Regolatore Portuale, aggiornare il piano energetico non limitandosi a cambiare le lampadine al LED o mettendo pannelli solari sui tetti, piuttosto riorganizzando la distribuzione dell'energia che è datata, pensare all'uso del gas naturale liquefatto» spiega Karrer che ha avviato uno studio di fattibilità su gas ed energia da inserire nel prossimo bilancio di previsione. Il 10 dicembre ci sarà il prossimo Comitato portuale che avrà all'ordine del giorno dragaggi e Piano Regolatore Portuale.

Il nodo dragaggi
Il bando per i dragaggi sarebbe dovuto partire a gennaio ma il decreto autorizzativo vuole prima di tutto sapere il risultato di questi test di permeabilità prima di autorizzare definitivamente l'escavo dei fondali. Il porto di Napoli, insieme ad altri dieci scali italiani, è inserito nei Siti di Interesse Nazionale che rendono molto complicate opere di questo tipo. Per questo, secondo gli operatori e le autorità portuali, la legge in materia di dragaggi va aggiornata. 

Il dragaggio non è una bonifica
«Il termine "bonifica" per i dragaggi non è corretto» precisa il commissario dell'Autorità portuale di Napoli. Le operazioni di dragaggio, infatti, non c'entrano niente con le qualificazioni ambientali che potrebbero interessare, per esempio, Bagnoli: una cosa è approfondire il fondale marino di un porto commerciale, un'altra bonificare il fondale di una spiaggia interessata dalle attività delle acciaierie Italsider fino agli anni '70. Si tratta in entrambi i casi di delicati interventi ambientali, con la differenza che un dragaggio è un'operazione ordinaria, necessaria e periodica per un porto che vuole mantenere determinati standard di accoglienza, mentre la bonifica è un atto straordinario di recupero di una zona abbandonata o non utilizzata. «Se ritieni che un porto commerciale è come una vasca piena di pesci, è logico che non puoi intervenire su nulla» sintetizza Karrer. «È su questo punto che come Federazione del Mare stiamo interloquendo con il ministero dell'Ambiente per cercare di cambiare le cose» ha detto Umberto Masucci, vicepresidente della federazione che riunisce le principali associazioni del settore marittimo. «Abbiamo avviato un tavolo col ministero per capire dove intervenire» ha detto Masucci. 

Il business dei SIN
«Il punto di partenza è l'intervento provocatorio di giugno del sostituto procuratore di Udine Viviana Del Tedesco che propose di abolire i siti SIN o perlomeno una differente normativa sui dragaggi» spiega Masucci. «Vanno abolite – ha affermato Del Tedesco qualche mese fa - perché è stato dimostrato che non funzionano per il loro scopo in quanto la farraginosità delle norme sui dragaggi porta a una situazione di stallo, con conseguente danno ambientale ed economico». 
Intorno ai SIN, secondo il procuratore di Udine, c'è un business che va al di là degli interessi ambientali. Del Tedesco porta l'esempio di Laguna di Grado, in Friuli, dove in dodici anni di area SIN l'economia locale (pesca e turismo) è quasi scomparsa, a fronte di un giro di affari progettuale, per le società incaricate di monitorare l'ambiente della zona, pari a 100 milioni di euro. «La maggior parte delle aree SIN è stata istituita tra il 1999 e il 2001» spiega Del Tedesco. «Sostanzialmente, l'ottenimento di questa denominazione garantiva un flusso cospicuo di finanziamenti alle Regioni. Per Napoli mi sembra che la cifra fosse di 180 milioni di euro».