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22 maggio 2019, Aggiornato alle 09,11
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Politiche marittime

Bruxelles conferma: i porti italiani devono pagare le tasse

La Commissione Europea considera i regimi fiscali vigenti come aiuti di Stato. Concessi due mesi di tempo per adeguare la legislazione

Margrethe Vestager

La riscossione dei canoni concessori da parte delle Autorità portuali è un'attività economica e come tale soggetta a imposizione fiscale. È quanto ribadisce con decisione la Commissione Europea, confermando così quell'interpretazione delle norme comunitarie in materia di aiuti di Stato che la comunità portuale italiana aveva criticato la scorsa primavera.

La Commissione invece conferma la tesi che aveva anticipato in aprile e adotta due decisioni con cui invita sia l'Italia che la Spagna a conformare i rispettivi sistemi di tassazione dei porti alle norme in materia di aiuti di Stato, assicurando che i porti paghino a partire dal primo gennaio 2020 l'imposta sulle società allo stesso modo delle imprese commerciali. 

Commentando la decisione, Margrethe Vestager, commissaria europea responsabile per la Concorrenza, ha detto che «le norme Ue in materia di aiuti di Stato prevedono che gli Stati membri dispongano di ampi margini di manovra per l'adozione di misure di sostegno e di investimento a favore dei porti. Al tempo stesso, per garantire condizioni eque di concorrenza in tutta l'Ue, i porti che generano profitti esercitando attività economiche vanno tassati allo stesso modo degli altri operatori economici, né più, né meno».

Bruxelles ritiene in sostanza che tanto in Italia che in Spagna i regimi fiscali vigenti concedano ai porti un vantaggio selettivo che potrebbe violare le norme Ue in materia di aiuti di Stato: «Lo sfruttamento commerciale delle infrastrutture portuali, come la concessione dell'accesso al porto dietro pagamento, costituisce un'attività economica», si legge in una nota della Commissione. «A questo secondo tipo di attività si applicano le norme Ue in materia di aiuti di Stato. L'esenzione dall'imposta sulle società per i porti che realizzano profitti da attività economiche può rappresentare un vantaggio competitivo sul mercato interno e pertanto comporta un aiuto di Stato che potrebbe essere incompatibile con la normativa dell'Ue. In Italia i porti sono integralmente esentati dall'imposta sul reddito delle società».

Precisando che Italia e Spagna hanno ora due mesi di tempo per adottare le misure necessarie a conformare le loro legislazioni, la Commissione ha ricordato che recentemente ha chiesto a Belgio, Francia e Olanda di abolire le esenzioni dall'imposta sulle società di cui beneficiavano i rispettivi porti. Nonostante le perplessità espresse dalle nostre Authority portuali – che si considerano enti soggetti al diritto pubblico e non organismi commerciali - il governo italiano pare abbia comunque già assicurato a Bruxelles la disponibilità non solo a risolvere la questione fiscale ma più in generale a rivedere la natura giuridica degli enti di amministrazione portuale.

Ci vorrà tempo
Siamo a metà di una lunga trattativa che si divide in quattro fasi. La prima si è conclusa ad aprile, quando la Dg Competition ha notificato la violazione delle norme Ue sugli aiuti di stato. La seconda fase avvia la negozazione tra stato membro e Commissione, la quale propone le modifiche per conformare lo Stato membro alle norme Ue sugli aiuti di Stato. Le proposte per l'Italia e la Spagna sul regime fiscale portuale sono un esempio di proposte che la Commissione può adottare in questa seconda fase. La terza fase inizia qualora gli Stati membri non accettino le proposte della Commissione che può decidere così di avviare una nuova indagine più approfondita. Se l'indagine riconferma le istanze, la Commissione a quel punto può avviare la procedura di infrazione.

I regimi fiscali contestati dall'Ue a Italia e Spagna esistevano prima dell'entrata in vigore in questi stati membri del Trattato sull'Unione europea. In questo caso i regimi fiscali sono considerati "aiuti esistenti" e sono soggetti a una negoziazione tra stato membro e Commissione Ue. Sugli aiuti esistenti adottati in violazione delle norme Ue in materia di aiuti di Stato, i beneficiari non sono tenuti a rimborsare gli aiuti percepiti in passato.

Riassunto delle puntate precedenti 
Ad aprile dell'anno scorso la Dg Competition della Commissione europea è arrivata alla conclusione che «con l'esenzione dalle tasse alle Autorità portuali italiane, che sono coinvolte in attività economiche, l'Italia rinuncia a una parte di entrate che costituiscono risorse economiche per lo Stato. Così la misura di esenzione si configura come perdita per le casse centrali». Quindi, si «ritiene che la misura dell'esenzione distorce, o minaccia di farlo, la concorrenza e influenza negativamente i traffici merci dentro l'Unione».

Il vantaggio dei porti italiani
Le attività economiche delle Autorità di sistema portuale (Adsp), la loro facoltà di rilasciare concessioni e autorizzazioni, il loro essere in altre parole un ente pubblico-non economico le rende alla stregue di imprese, secondo la Dg Competition. Possono abbassare le tariffe più di altri porti, avvantaggiandosi: «le autorità portuali italiane godono di vantaggi che possono essere utilizzati per offrire tariffe più basse rispetto ai porti non sussidiati». Nel caso in cui dovesse passare la linea di Bruxelles e diventare così una procedura d'infrazione, alcune autorità portuali hanno calcolato che si potrebbe andare incontro, per recuperare i costi, a un aumento delle tasse portuali fino al 40 per cento.