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25 gennaio 2021, Aggiornato alle 18,57
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Politiche marittime

Ambiente, gli armatori all'Imo: "Vogliamo inquinare di meno"

È l'unica forma di trasporto che non sperimenta estesamente combustibili alternativi. E manca un dato ufficiale sulla quantità mondiale di combustibile consumato. Il cluster chiede all'Imo di darsi una mossa


di Paolo Bosso 
 
Lo shipping deve darsi una mossa sulla politica ambientale. In primo luogo capire quanta "benzina" consuma, per poi allinearsi alle direttive stabilite dal COP21 di Parigi (che entreranno in vigore il 4 novembre). Contribuire insomma, come fanno le altre forme di trasporto, alla riduzione delle emissioni, ma nel modo giusto però, con una «quota equa» che sarà possibile stabilire solo quando si saprà quanto inquini precisamente lo shipping. Diverse ricerche concordano nello stabilire che le navi mercantili contribuiscono alle emissioni di CO2 nel pianeta in piccola parte, soltanto per il 2 per cento circa (900 milioni di tonnellate all'anno, l'aviazione ne emette circa 630 milioni) ma l'Onu una ricerca di questo tipo non l'ha ancora fatta, ed è ora che la faccia.

È quello che chiedono l'International Chamber of Shipping (Ics), Bimco, Intercargo, Intertanko e il World Shipping Council (in tutto una cinquantina di armatori) in una relazione inviata all'International Maritime Organization (Imo) dell'Onu in occasione del suo prossimo vertice (il Marine Environment Protection Committee, Mepc, dal 24 al 28 ottobre a Londra) che avrà l'obiettivo di allineare le politiche ambientali agli Accordi di Parigi del COP21 improntati sul "limite dei 2 gradi centigradi" (mantenere la temperatura globale non oltre i due gradi superiori all'epoca pre-industriale). A scrivere all'Imo è in pratica il cluster marittimo mondiale. 

L'Onu non sa quanto inquina lo shipping
Ad aprile scorso l'Imo ha invitato i suoi 171 Stati membri (i 170 dell'Onu più le Isole Cook) a inviare i dati sulla quantità di combustibile marittimo consumato. I tempi per la conclusione di questa call però sono lunghi o quantomento incerti dovendo attendere la risposta di così tanti governi. Per gli armatori i risultati di questo studio sono determinanti perché saranno la base per lo sviluppo di una politica ambientale che includa oltre a misure correttive ai limiti delle emissioni anche incentivi ad utilizzare nuovi tipi di combustibili al posto del tradizionale bunker.

Meno emissioni, meno efficienza: il «giusto equilibrio»
Uno degli aspetti più curiosi dello shipping nei confronti dell'ambiente, sottolinea la relazione degli armatori, è che mentre alcune industrie di terra, del trasporto terrestre e aereo hanno incrementato il loro accesso a combustibili alternativi, lo shipping continua a utilizzare da decenni lo stesso tipo di "benzina", quella fossile. Questo fatto però non comporta necessariamente che il trasporto via mare sia il più inquinante, anzi. Se si considerano le sue grosse economie di scala (una nave moderna può trasportare in un solo viaggio il fabbisogno annuale di beni di consumo di una piccola città), lo shipping è di gran lunga la più efficiente forma di trasporto. È quindi logico pensare che quanto più merce si tende a spostare per mare tanto più si riducono le emissioni globali nell'atmosfera. È quello che gli armatori sostengono da sempre, sia alle istituzioni che ai clienti quando devono promuovere i loro servizi. C'è però un aspetto controproducente nell'adottare anche per lo shipping una rigida politica di riduzione delle emissioni, sottolineano Ics & Co, se non si tiene conto di dati realistici (quelli che l'Imo-Onu ancora non ha). Il ragionamento che fanno gli armatori è il seguente: quanto più si ridurranno le emissioni delle navi, tanto meno queste saranno efficienti (potenza, velocità, capienza), e se lo si fa sulla base di informazioni poco attendibili, perché farlo? Si tratta quindi di stabilire il giusto equilibrio tra emissioni ed efficienza, quella che nella relazione inviata all'Imo gli armatori chiamano «fair share», la giusta quota.
 
Politiche ambientali realistiche 
In sostanza, la questione che il cluster marittimo pone all'Imo, a pochi giorni dal meeting di Londra che dovrebbe avviare una nuova stagione ambientale mondiale per lo shipping, è questa: bisogna sì ridurre le emissioni e allinearsi alle direttive di Parigi, ma non bisogna dimenticare che lo shipping è la forma di trasporto di gran lunga più efficiente tra tonnellate di merce trasportate e tonnellate di CO2 emesse. Da qui l'appello finale degli armatori: cerchiamo prima di capire quanto combustibile consumiamo, solo a quel punto si può procedere con politiche ambientali realistiche.