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20 novembre 2019, Aggiornato alle 16,04
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Politiche marittime

Un nuovo umanesimo per regolare l'automazione

In vent'anni, nei porti più grandi, carrellisti e gruisti potrebbero non esistere più. Non è una minaccia ma una realtà. Come governare il cambiamento?


di Felice Magarelli - DL News

Negli ultimi anni il settore dei trasporti sta attraversando una fase di profonda trasformazione, riconducibile essenzialmente all'ingresso di nuovi e sempre più sofisticati sistemi tecnologici. Tale cambiamento ha interessato anche i principali porti europei, dove ormai da tempo si assiste ad una graduale modifica del tradizionale assetto del lavoro portuale. Al netto di quelli che possono essere gli indiscutibili vantaggi derivanti dall'avvento dei processi di automazione e digitalizzazione, soprattutto sotto il profilo della qualità del lavoro, resta da considerare la questione relativa alla conseguente ed implicita riduzione del capitale umano in termini di occupazione.

I rischi sono purtroppo concreti: secondo uno studio congiunto, realizzato dall'ITF (federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti) e dalla World maritime university dal titolo Transport in 2040: how automation and tecnhnology will impact the future of work, alcune figure professionali, come ad esempio quella degli addetti al carico/scarico delle merci e dei gruisti, potrebbero essere nell'arco di un ventennio definitivamente soppiantate. Emblematica è stata la vicenda del porto di Rotterdam, dove la transizione verso l'industria 4.0 è stata praticata in modo decisamente consistente e per certi aspetti anche in maniera piuttosto cinica. 
Nello specifico, la nascita del secondo terminal (APM terminals "Maasvlakte 2") completamente robotizzato, ha dato luogo a durissimi conflitti con le parti sociali, le quali solo dopo estenuanti trattative sono riuscite ad evitare l'estromissione di gran parte delle maestranze dal contesto produttivo. Nel porto (iperautomatizzato) di Amburgo, invece, uno dei principali del Nord Europa, i contenitori sui piazzali vengono già movimentati con carrelli pilotati da un unico centro di comando, anche in questo caso non senza ripercussioni sul fronte dell'impiego di manodopera con un quarto in meno di operatori rispetto alle strutture classiche di altri scali. 

Pur nella consapevolezza che il progresso non possa essere arrestato, si possono tuttavia introdurre meccanismi, atti a limitare gli effetti collaterali dell'innovazione tecnologica sui lavoratori, mediante apposite misure di politiche sociali e soprattutto facendo leva sul fattore determinante della formazione e riqualificazione professionale. La vera sfida è pertanto rappresentata dalla capacità di saper governare e regolamentare questi processi di sviluppo, partendo tassativamente dalla centralità che deve essere assicurata all'individuo. All'interno di questa cornice, risulta indispensabile stabilire regole, valori e leggi che definiscano una sorta di codice etico per le intelligenze artificiali, affinché esse siano effettivamente al servizio dell'uomo e non viceversa.

A mio parere, per poter attuare ciò occorre che tutte le parti in causa (decisori politici, istituzioni, imprese, sindacati, ecc.), anticipino l'impatto che questi cambiamenti avranno sul comparto portuale, facendosi interpreti di una tecnologia intesa non come una minaccia da scongiurare, bensì come strumento di un nuovo umanesimo.