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Politiche marittime

Tangenti al porto di Napoli, Spirito: «Ci costituiremo parte civile»

Il presidente dei porti della Campania commenta l'indagine sugli appalti. La corruzione, le imprese prestanome, le 'torbide' concessioni. "Lavoriamo su troppi fronti, difficile guardare avanti"

Pietro Spirito

di Paolo Bosso (Corriere del Mezzogiorno del primo giugno 2019)

«Ci costituiremo parte civile, è un atto dovuto». Così Pietro Spirito, presidente dell'Autorità di sistema portuale (Adsp) di Napoli, Salerno e Castellammare di Stabia, risponde all'indagine sullo scalo campano della Guardia costiera e del procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli, coordinati dai pm Ida Frongillo e Valeria Sico. Finte urgenze, imprese prestanome, affidamento diretto e tangenti. Associazione per delinquere, corruzione, turbativa d'asta e frode in gare d'appalto per un totale di 22 milioni di euro. Sei custodie cautelari per cinque imprenditori e un funzionario dell'Adsp più un'interdizione di un anno per un altro dipendente dell'ente pubblico per dei presunti reati commessi tra il 2013 e il 2017.

Presidente Spirito, si sente sotto accusa?
«No e negli atti d'indagine non vengo accusato. L'inchiesta parte da molto prima che mi insediassi e da quando sono arrivato abbiamo reso le cose più trasparenti. C'è stato un lavoro sugli appalti, soprattutto sulle manutenzioni, e uno sulle concessioni. Agli atti risulta un'intercettazione telefonica dove esorto una mia funzionaria a fare presto, cosa che faccio spesso: lasciare aperti i provvedimenti è cancrenoso per un'istituzione come la nostra perché riconosce diritti al concessionario uscente senza confronti col mercato. Al mio insediamento erano aperte una quantità enorme di istanze e bisognava cambiare passo. La pratica sulla concessione del molo 21, di cui si è parlato in questi giorni e che affonda le radici nel passato, è una di queste».

In una nota la Capitaneria sottolinea che la proliferazione della corruzione oggetto d'indagine ha «l'humus nella confusione amministrativa delle gestioni commissariali dell'Autorità portuale» (marzo 2013-dicembre 2016).
«Ci sono due questioni di interesse pubblico. L'indagine sui lavori di manutenzione, su cui eravamo già a conoscenza tant'è che abbiamo licenziato un dipendente che mi aveva confessato di aver preso tangenti, e i provvedimenti amministrativi. La banchina 21 ha un fabbricato ex Cogemar in procedura fallimentare per cui era inutile chiudere se non c'era chiarezza, inoltre deve essere utilizzata per funzioni miste, rotabili e passeggeri. È stato fatto un bando di gara, rinnovato, con una commissione interna che mi ha consegnato un risultato chiaro».

Dal dossier era possibile capire che c'era qualcosa che non andava?
«No ma il comportamento in Comitato di gestione del contrammiraglio Arturo Faraone (allora direttore marittimo della Campania, ndr) mi aveva colpito. Sostenne di non aver letto il dossier, andò via alla votazione e ci scrisse una lettera con le sue perplessità. Nella riunione successiva chiese l'integrazione del verbale con il suo voto contrario, cosa impossibile ex post. Un atteggiamento irritante che ora comprendo ma che allora non potevo».

Recentemente ha detto che a Napoli si aspettava una realtà difficile ma non l'apertura di così tanti fronti. Quali sono?
«In primo luogo l'arretrato sulle concessioni. La loro scarsa normalizzazione è la mia principale preoccupazione da due anni e mezzo. Una montagna di arretrato perché nel frattempo ne scadono altre. Infine, la lotta contro il tempo per avviare i cantieri, il più difficile dei quali è quello di Porta Ovest, a Salerno, su cui potrei scriverci un'enciclopedia britannica di complessità e imprevisti».

Dopo due anni e mezzo cos'è rimasto dell'ottimismo iniziale?
«Si riesce a lavorare bene quando si sciolgono i nodi. È molto difficile avere tutto sotto controllo e stare sereni quando ci sono così tanti cantieri da avviare e monitorare. Si lavora su troppi fronti e tendiamo a muoverci con lo specchietto retrovisore invece di guardare avanti».

Tag: napoli