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24 settembre 2018, Aggiornato alle 17,23
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Investire nelle navi, a chi conviene (e a chi no)

Alcuni prevedono il rilancio della domanda-offerta di stiva. Ma su quali basi? Il commento di Massimo Granieri ( DL News )


di Massimo Granieri - DL News 

Ho letto su Milano Finanza del 3 Giugno l'articolo "La Nave? Paga l'11%" e immediatamente ho avuto un deja vu, potrebbe essere uno dei tanti studi  che circolavano già in passato sulle scrivanie di armatori e investitori sponsorizzati da banche e istituti di credito per convincerli che era il momento giusto per investire nel "ferro che galleggia". Giusto per chi? Non entro in merito circa l'analisi dei piani di investimento che questo articolo presenta di cui sono certo essere accurati e corretti, ma leggendolo e rileggendolo c'è qualcosa che non  torna o che manca: su  quali studi di analisi di macro economia, di crescita dei traffici si basa il convincimento che l'equazione tra offerta e domanda di stiva è già in fase lenta ma costante crescita dal 2016 a favore degli armatori?  Semplicemente riferendosi "all'opinione di molti esperti" o su ciò che "addetti ai lavori immaginano accadrà". E da questo discutibile atto di fede ad arrivare a ipotetici piani di investimento con profitti interessanti dell'11%, il passo è breve. 

Scherzi a parte faccio abbastanza fatica per me operatore del settore ad accettare che si possa redigere un elaborato cosi apparentemente ponderato sulla base di considerazioni a dir poco pressapochiste. Si cita di una prevista ripresa del mercato dei noli entro i prossimi 3/5 anni basandosi forse sul vecchio concetto di ciclicità del mercato dei noli che in passato è stato veramente caratterizzato da questa cadenza. Ma per chi vive lo shipping reale sa benissimo che dalla metà del 2008  questa teoria è totalmente saltata in aria a causa e soprattutto del continuo e ancora squilibrato eccesso di stiva e da una economia globale sempre meno prevedibile che ora risente anche delle forti tensioni politiche internazionali. Se ne parlò già ampiamente durante un incontro promosso dal Propeller di Genova a febbraio dello scorso anno a cui partecipò il chiarissimo Dott. Rosina.

In questo articolo i condizionali non si contano e ridimensionano ciò che voleva essere uno scoop allettante in una semplice esercitazione accademica colma di se e di ma. La conclusione cita l'intervento dell'amico Vettosi che durante un recente convegno giustamente evidenziava come le banche negli anni passati abbiamo finanziato l'armamento (come altre attività industriali) senza troppo indagare circa il merito di credito dei finanziati e ora cercano di "chiudere" queste infelici operazioni svendendo gli asset, il che significa fare sparire una fetta di armamento con conseguente perdita di posti di lavoro e opportunità future. Peccato che solo ora si capisca che la soluzione non è affondare un armatore ma rilanciarlo. E chissà che qualche nuovo investitore non possa essere attratto dalla rosea prospettiva che questo articolo presenta, con buona pace delle stesse banche che con troppa leggerezza hanno contribuito a creare questa situazione.