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Porto di Napoli
20 novembre 2018, Aggiornato alle 17,16
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Cultura

Il mare in tre domande a... Marco Perillo

Un giornalista e scrittore partenopeo ci racconta il rapporto tra Napoli e il suo Golfo, dalle origini del mito al terzo millennio


di Marco Molino 

I coloni giunti con le navi dalle coste lontane. E le acque del Golfo che divengono nel contempo natura da domare e risorsa da sfruttare per consentire la nascita di una vera città. Napoli e il suo mare, un elemento che entra di prepotenza nelle vicende di innumerevoli generazioni.


Marco Perillo, quando comincia a consolidarsi nella storia e nel mito questo rapporto?

«Fin dalle più remote origini. Prima ancora del mitico approdo della sirena Partenope, si narra dell'arrivo degli Argonauti sulle coste nostrane. Ebbene sì, i celebri cercatori del Vello d'oro misero piede su queste sponde e pare che uno di loro volle mettere radici qui. Parliamo di Eumelo Falero, che costituirà quello che è il primo nucleo cittadino. Ovviamente parliamo di suggestioni letterarie, perché la verità storica ci parla dell'arrivo di greci dall'Eubea, del loro insediarsi a Ischia, in zona flegrea e poi dei Cumani che fondarono Palepoli, prima di abbandonarla e di realizzare Neapolis. Ma la verità è un'altra, come dice anche lo scrittore Maurizio De Giovanni: Napoli è una città necessaria. Il suo golfo mite e accogliente non poteva che attrarre i grandi navigatori antichi e costituire una grande civiltà».


E in che misura ancora incide il mare nel convulso presente della realtà metropolitana?
«Ancora tanto. Purtroppo, nel corso della Storia, siamo sempre stati un approdo più che un porto da cui partire per nuovi orizzonti e nuove conquiste. Ma di certo il porto di Napoli rimane uno snodo fondamentale per il commercio di tutto il Mediterraneo e il suo potenziamento non potrà che favorire l'economia cittadina e di tutto il Meridione. Ma non sottovaluterei l'importanza dell'arrivo cospicuo delle navi da crociera e di quanto il mare, a Napoli, sia precipuo per il turismo, forse la vera risorsa su cui puntare sempre. Fermo restando che la pesca rappresenta non solo una tradizione ma un'eccellenza gastronomica che ci invidia tutto il mondo».

Sapremo ritrovare le tracce del mito? Quel rispetto, quel misto di timore-amore per la grande Madre Blu che ha consentito un equilibrio millenario tra l'ambiente e l'inevitabile evoluzione urbana?
«Io sono ottimista. Noto che in giro c'è fame di storie antiche e voglia di riappropriarsi delle proprie radici dopo un grande periodo di oscurità. Il mondo non può tornare indietro dal punto di vista della sua evoluzione industriale e tecnologia ma di certo l'umanità saprà salvaguardarsi rispettando la natura e trovando un punto di equilibrio. È una questione di sopravvivenza. E in questo il mare insegna molto, il nostro "brodo primordiale" ma anche la fucina di tanti sogni, che sono quelli che in fin dei conti ci tengono in vita».


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Marco Perillo è nato nel 1983. Discende da una nobile famiglia partenopea, forse di origine normanna. Ama la sua città come fosse una madre e da sempre nelle sue opere cerca di raccontarne la ricchezza. Giornalista de «Il Mattino», è autore del romanzo Phlegraios / L'ultimo segreto di San Paolo (Rogiosi). Con Newton Compton ha pubblicato Misteri e segreti dei quartieri di Napoli (Premio Tulliola Renato Filippelli e Premio Letizia Isaia) e 101 perché sulla storia di Napoli che non puoi non sapere