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04 luglio 2022, Aggiornato alle 20,19
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Politiche marittime

È nato il più grande blocco commerciale al mondo

Si chiama Regional Comprehensive Economic Partnership e include 15 stati della regione Asia-Pacifico. In vigore dal primo gennaio, sarà pari a un terzo del Pil mondiale, superiore al blocco Stati Uniti-Messico-Canada. In vent'anni potrebbe eliminare il 90 per cento delle tariffe

(Newport Geographic/Flickr)

a cura di Paolo Bosso

A partire dal primo gennaio prossimo un nuovo accordo di libero scambio creerà il più grande blocco commerciale al mondo, con l'obiettivo di eliminare in vent'anni il 90 per cento delle tariffe tra 15 Paesi dell'Asia Orientale e del Pacifico, aumentando le esportazioni infraregionali di 42 miliardi di dollari.

Si chiamerà Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), nasce in seno all'ONU e include 15 nazioni: Australia, Brunei, Cambogia, Cina, Indonesia, Giappone, Repubblica di Corea, Laos, Malesia, Myanmar, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam. La Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) lo ha definito un nuovo «centro di gravità» per il commercio globale. 

Sarà il più grande blocco commerciale al mondo perché tutti insieme questi paesi rappresentano un terzo del Pil mondiale. Al confronto, l'accordo commerciale esistente che per dimensione si avvicina di più è quello tra Stati Uniti, Messico e Canada, pari al 28 per cento del Pil mondiale, seguito dal mercato dell'Unione europea (17,9%), dal blocco africano, l'AfCFTA (2,9%), e da quello sudamericano, il Mercosur (2,4%).

RCEP dovrebbe servire, come hanno dimostrato gli altri blocchi commerciali in vigore, ad aumentare la resilienza economica in un periodo di pandemia, di crisi strutturale, riducendo gli alti costi di trasporto e delle materie prime che stanno caratterizzando gli interscambi mondiali da un anno a questa parte. Guardiamolo nel dettaglio.

Le tariffe
L'UNCTAD ha realizzato uno studio specifico su RCEP. Dovrebbe eliminare il 90 per cento delle tariffe tra questi 15 Paesi. In una prima fase ci sarà una riduzione grauale, per arrivare entro i prossimi vent'anni (se sarà ancora in vigore) alla loro quasi totale eliminazione. Le tariffe che resteranno in vigore riguarderanno prodotti strategici come l'agricoltura e l'automobile.

Le esportazioni
Questi quindici Paesi contano tutti insieme un interscambio di 2 mila e 300 miliardi di dollari. All'interno del RCEP l'UNCTAD calcola che le esportazioni potrebbero aumentare del 2 per cento, pari ad altri 42 miliardi, per via dell'abbassamento delle tariffe, che stimolerebbero il commercio di quasi 17 miliardi.

Benefici non uguali per tutti
A beneficiarne di più, rileva la Conferenza ONU, saranno i Paesi già pienamente industrializzati, per via di tariffe già basse di cui godono. Il Paese più avvantaggiato potrebbe essere il Giappone, le cui esportazioni potrebbero aumentare di 20 miliardi, crescendo del 5,5 per cento. A seguire, Australia, Cina, Repubblica di Corea e Nuova Zelanda; in misura minore, fino a una riduzione delle esportazioni, ne beneficieranno Cambogia, indonesia, Filippine e Vietnam. Le cause di queste riduzioni sarebbero riconducibili alle esportazioni, che verranno dirottate maggiormente nei Paesi più ricchi sempre per via del vantaggio sulle tariffe. Per esempio, alcune importazioni cinesi in Vietnam potrebbero essere sostituite da importazioni giapponesi, per via di una maggiore liberalizzazione tariffaria tra Cina e Giappone.

Meglio dentro che fuori
Comunque sia, gli effetti negativi pare che saranno minori di quelli positivi. «Anche senza considerare gli altri vantaggi dell'accordo RCEP, come le concessioni tariffarie, gli effetti sulla creazione degli scambi attenuano gli effetti negativi di diversificazione del commercio», afferma il rapporto UNCTAD, che cita l'esempio della Thailandia, dove gli effetti positivi compenseranno completamente quelli effetti negativi in uno scenario senza RCEP. «Man mano che il processo di integrazione dei membri RCEP va avanti, ci potrebbe essere un'amplificazione, un fattore che non dovrebbe essere sottovalutato dai membri», conclude il rapporto.

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Tag: economia