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28 settembre 2021, Aggiornato alle 13,31
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Politiche marittime

Con poco protezionismo l'economia vola. Lo studio di Harvard e ICS

L'Università del Massachusetts e l'International Chamber of Shipping hanno calcolato che tagliando della metà dazi e tariffe commerciali i Pil potrebbero crescere di oltre il 3 per cento

(Patrick Savalle/Flickr)

a cura di Paolo Bosso

La riduzione del protezionismo commerciale marittimo potrebbe spingere i prodotti interni lordi dei Paesi industrializzati a crescere fino a oltre il 3 per cento. È il risultato di uno studio dell'International Chamber of Shipping (ICS), scritto in collaborazione con il professore di scienze politiche della Harvard Kennedy School of Government del Massachusetts, Craig Vangrasstek. Sarà presentato oggi, di fronte alla platea del G20, nel corso di un webinar.

Leggi il rapporto completo di Harvard University e International Chamber of Shipping

In un contesto nel quale il flusso commerciale marittimo si è contratto intorno al 4 per cento nel 2020, gli scenari delineati dalla ricerca sono quattro:

1. "altamente ambizioso", in cui la riduzione delle tariffe commerciali arriva al 50 per cento;
2. "modesto e uguale" (-10%);
3. "modesto e disuguale" (-10% dai Paesi industrializzati, -5% dalle economie in via di sviluppo);
4. infine, "solo tariffe e accordi commerciali", dove tutti i Paesi riducono del 10 per cento le tariffe commerciali. 

Con la misura "altamente ambiziosa" le economie nazionali potrebbero crescere del 3,4 per cento in media. Articolando di più questo numero, emerge che i paesi classificati ad alto reddito potrebbero vedere un aumento medio del 4,5 per cento delle loro esportazioni di merci;, mentre le economie in via di sviluppo registrerebbero un aumento ancora maggiore, del 7 per cento, se riducessero le loro restrizioni in modo "modesto e uguale".

Sono stati analizzati 46 Paesi la cui economia è orientata al commercio marittimo, ricevendo un punteggio in base al grado di protezionismo. Le nazioni con il commercio più restrittivo sono Egitto, Kenya, Thailandia e Argentina (Egitto e Kenya, in particolare, guadagnerebbero circa il 40 per cento in più se rimuovessero completamente le restrizioni). Il paese più aperto è, curiosamente, la Lettonia, seguita da Hong Kong, Paesi Bassi e Canada. Le nazioni del Sud-est asiatico (riunite nell'ASEAN: Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore, Thailandia, Brunei, Bietnam, Laos, Birmania, Cambogia, Papua Nuova Guinea, Timor Est) potrebbero aumentare il Pil dell'1,8 per cento riducendo le tariffe della metà; il Sudamerica crescerebbe dello 0,8 per cento; il blocco africano dell'1 per cento.

Le barriere commerciali stanno rendendo più difficile la ripresa dalla pandemia. Secondo l'Organizzazione mondiale del commercio, 1,7 trilioni di dollari di importazioni mondiali sono stati influenzati da vincoli a partire dal 2009. Il valore del commercio marittimo globale è stato stimato a 14 trilioni di dollari nel 2019.

Il rapporto di ICS rileva che negli ultimi anni i progressi verso i mercati aperti hanno subito un'inversione, con restrizioni dannose imposte come strumento politico o in risposta alla pandemia. Si pensi al periodo della presidenza Trump e ai dazi con la Cina. Leggi troppo zelanti sulle licenze anticoncorrenziali o il trattamento discriminatorio delle società straniere sono risultati fino a cinque volte più dannosi per un'economia rispetto all'utilizzo di tariffe tradizionali.

Per il presidente di ICS, Esben Poulsson, riducendo significativamente il protezionismo «i paesi a tutti i livelli di sviluppo economico starebbero meglio, e nessuno starebbe peggio. Per garantire una solida economia mondiale e per garantire che le persone raccolgano i frutti di un commercio marittimo più efficiente, i paesi dovrebbero cogliere questa opportunità».

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Tag: economia