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19 settembre 2020, Aggiornato alle 22,47
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Politiche marittime

Porti pubblici o privati? Bruxelles spinge l'Italia a decidersi

L'autorità portuale italiana è per sua stessa natura privata (nell'impiego) e pubblica (nella gestione). Un conflitto negoziabile tra poteri e istituti statali. Ma con le richieste europee le cose stanno cambiando

Il porto di Hong Kong nel 1977

di Paolo Bosso

L'autorità portuale italiana è un ente privato e insieme pubblico. La questione è intrinseca: non dipende dal giudizio di uno o dell'altro, se a parlare è Bruxelles o Roma. Sarà sempre una questione ambivalente perché ambivalente è, per struttura, l'autorità portuale.

È un ente pubblico non economico che sottopone i suoi dipendenti al regime d'impiego di diritto privato. È un ente che non può limitarsi a gestire e affidare demanio e servizi ma deve muoversi nel mercato, cioè prendere accordi a lunga scadenza con armatori e terminalisti, altrimenti non può strutturarsi come hub di riferimento di un servizio mercantile transoceanico da milioni di container l'anno. Non deve insomma accontentare le ambizioni egemoniche, tendenti al monopolio, degli operatori portuali, ma neanche gestire le banchine in modo troppo democratico applicando al demanio la stessa gestione periodica di un marciapiede, una piazza, un palazzo comunale. La logistica e lo shipping non sono democratici: chiedete ad Amazon, Maersk, Msc, Cma Cgm, Cosco, Grimaldi, Kuehne+Negel. Dovessero sparire tutti gli altri operatori e restare questi qui, per noi consumatori non cambierebbe nulla. Non è un mondo popolato da una pluralità variegata di aziende logistiche, ognuno con la sua fettina e la sua alternanza nella competizione. Questa è una questione essenziale, nel senso che non riguarda solo i porti italiani ma tutti i grandi porti commerciali del mondo.

Le autorità portuali italiani sono strane, com'è strano qualunque porto che deve restare neutrale in una logistica delle merci popolata da un gruppo ristretto di grossi operatori. Intanto Bruxelles ha deciso: i porti italiani sono imprese. E questa è una decisione importante visto che come Stato siamo nell'Unione europea. Il conflitto si fa sempre più difficile da gestire. «Non è possibile che le autorità portuali italiane siano costrette a correre contemporaneamente i cento metri e la maratona: sono imprese per il diritto comunitario ed enti pubblici non economici per l'ordinamento nazionale; soggette a tutti gli obblighi pubblicistici per la normativa nazionale e a tutti i vincoli privatistici per le regole comunitarie. A queste condizioni non potremo mai essere competitivi su scala europea. Diventa necessario assumere una scelta». Lo scrive mercoledì, su Repubblica Napoli, Pietro Spirito, presidente dei porti della Campania, riuniti nell'Autorità di sistema portuale del Tirreno centrale, commentando recenti decisioni della Commissione europea sulla gestione dei bacini nel porto di Napoli.

Il problema che sottolinea Spirito è che, al di là dell'ambivalenza intrinseca dell'istituto autorità portuale, il conflitto tra diritto comunitario e statale va risolto. Può non risolversi quello interno, se fosse solo lo Stato membro a gestire i suoi porti, ma oggi non è più così, da un pezzo. I porti italiani sono letteralmente costruiti con i soldi nostri e degli altri Stati membri.

In Italia c'è da sempre una diatriba sulla natura dell'autorità portuale. Quando c'è da inserire i dipendenti delle authority nei tagli alla spesa o in generale negli elenchi Istat, il ministero del Tesoro li considera come dipendenti pubblici, essendo appunto dipendenti di un ente pubblico, mentre quello dei Trasporti come dipendenti di un'impresa, essendo sottoposti al regime d'impiego di diritto privato. L'ultima volta è successo ai tempi dell'austerity.

L'ente che gestisce e affida beni e servizi, amministra il demanio pubblico e i terminal dei porti italiani, che ne programma le spese e pianifica gli investimenti, va considerato come un'impresa o come il Corpo forestale, come la Guardia costiera? Incassa utili sui canoni demaniali o si limita a riscuotere prestazioni sulle aree pubbliche in concessione? Deve pagare le tasse?

L'ambivalenza dello Stato italiano nella prammatica governativa non è più accettabile: poteva esserlo in passato, quando il conflitto si risolveva in una negoziazione tra ministeri. Oggi, che oltre ai ministeri ci sono Comissione e Parlamento europei, il conflitto va risolto una volta per tutte.