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18 giugno 2021, Aggiornato alle 17,30
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Cultura

Phlegraios, quando il territorio è protagonista

Intervista al giornalista e scrittore Marco Perillo sul suo romanzo ambientato nei Campi Flegrei. Un'avventura tra i misteri della storia, il fuoco e il mare


di Marco Molino 

Nel mare in tempesta della costa flegrea, bisogna essere pronti ad affrontare le proprie paure se si desidera davvero penetrare i misteri della storia e della fede. E' certamente una navigazione rischiosa, che però il protagonista di Phlegraios – L'ultimo segreto di San Paolo (Rogiosi Editore) non esita ad intraprendere, bruciato dal sacro fuoco della curiosità intellettuale. E nel romanzo d'esordio del giornalista Marco Perillo la conoscenza diventa una conquista che travalica i secoli, un'avventura affascinante ma irta di ostacoli. Anche i luoghi prendono vita e si rifiutano di essere i semplici scenari delle vicende umane.


Perillo, nella sua opera c'è un territorio che s'impone con prepotenza: è quello dei Campi Flegrei che galleggiano tra mare e fuoco, tra storia e natura. In che misura questi elementi hanno influenzato la narrazione?
Il territorio è il vero protagonista del romanzo. Una terra mitica, incantata, non a caso amata dagli antichi. Prima dai Greci, che si stabilirono a Pithecusa (Ischia) e in seguito a Cuma. Poi dai Romani, che ivi stabilirono le loro imperiali residenze di villeggiatura, pensiamo a Baia. Una terra adorata da illustri viaggiatori del Grand Tour come Goethe e Shelley, in cui il passato incontra il presente. E poi c'era Pozzuoli, la "piccola Roma" del Mediterraneo, un approdo in cui arrivavano merci, genti e culti da tutto il mondo conosciuto. Un melting-pot di sapori, mestieri, odori, conoscenze. Un posto ideale, i Campi Flegrei, per ambientare un romanzo d'avventura. Non mi ci sono sottratto, soprattutto quando ho scoperto che San Paolo, l'apostolo che ha diffuso con parole e fatti il Cristianesimo nel mondo, è sbarcato proprio a Pozzuoli nel 61 d.C., intrattenendosi in quei luoghi per una settimana e formando una fervente comunità, tra le prime in Italia.

Quindi colui che è ricordato come l'Apostolo dei Gentili trascorre alcuni giorni sulle coste campane e fa proseliti. Poi cosa succede?
Ho immaginato che San Paolo, arrivando dall'Asia Minore grazie al mare, tra l'altro in condizioni di prigionia e diretto verso Roma, avesse lasciato ai cristiani flegrei una delle sue lettere. Ovvero quella indirizzata a Laodicea, mai trovata finora. Un giovane archeologo dei giorni nostri, Procolo, troverà frammenti di quella lettera e da lì partirà la sua avventura connaturandosi con l'ondivago mare flegreo, cui fa da contraltare il fuoco e la sismicità del territorio. Tutti elementi che, guarda caso, si ritrovano nella simbologia cristiana, come la fiammella pentecostale e la figura del pesce (ichthys) con la quale le comunità delle origini si riconoscevano. Un cerchio che in qualche modo, nei Campi Flegrei già protagonisti delle lotte tra Giove e i Titani, si chiudeva.

Procolo, il protagonista di Phlegraios, è quasi trascinato in un'avventura più grande di lui. In seguito ciò che gli accade diventa anche un percorso spirituale. Sembra di scorgere, in controluce, le esperienze intellettuali dell'autore.
Si scrive di ciò che si conosce. E non posso negare che il percorso spirituale di Procolo sia anche un po' il mio. Il ragazzo parte da una condizione di scetticismo e di freddezza nei confronti di Dio e della vita per approdare, dopo aver ascoltato le storie dei martiri flegrei da un pescatore millenario, a una consapevolezza fervente (da "phlegraios", "ardente", in termine greco del titolo del romanzo). Procolo perde i genitori da ragazzino ed è arrabbiato con il Creatore. Ha una concezione pessimistica, leopardiana, nei confronti dell'esistenza.

Che cosa innesca il cambiamento?
Attraverso le parole della lettera di San Paolo che scoprirà e che riguardano la vera natura del Dio cristiano, morto e risorto per la salvezza di tutti, nonché alcuni spunti sulla vita dopo la morte, cambierà totalmente idea. Crescerà, maturerà, vincendo le sue paure. Proprio come martiri come Gennaro, Procolo, Artema, Sossio, Massimo, Giuliana, Patroba, Celso, fecero durante le persecuzioni di Decio e di Diocleziano. Giovani che diedero la loro vita pur di non rinnegare la verità che avevano scoperto e che li aveva resi liberi. Parliamo dei primi martiri della Penisola, dalle storie straordinarie, che purtroppo – eccetto San Gennaro – sono stati un po' dimenticati.

A proposito di memoria, la Campania ne è così ricca che quasi dietro ogni pietra si cela un racconto e forse anche un mistero. Si tratta di un patrimonio inesauribile, ma costantemente minacciato dal degrado, da limiti culturali e incapacità istituzionali. Situazioni critiche che il giornalista Marco Perillo conosce bene. Quanto di questa realtà è entrata nel libro?
C'è tutta. Il libro è anche una guida dei luoghi ma pure una denuncia di come posti così importanti e pieni di storia siano tenuti per mancanza di fondi, per scarsa organizzazione e per la miopia verso le possibilità del turismo. Nel romanzo si parla di molti siti minori tenuti sotto chiave, penso alle Cento Camerelle di Bacoli – in cui è ambientato il finale – immense cisterne di una villa romana chiuse da anni per un crollo. Nel romanzo si parla della problematica dell'anfiteatro di Pozzuoli chiuso talvolta per carenza di personale; si parla di meravigliosi sepolcreti romani celati all'interno di giardini privati e preda del degrado.

Un peccato mortale…
E un paradosso, se consideriamo che diversi reperti provenienti dai Campi Flegrei sono esposti nei più importanti musei del mondo, ad esempio il British a Londra. E noi che possediamo i luoghi originali, troppo spesso non li sappiamo tutelare, salvaguardare.

E' un panorama sconfortante, ancora di più per chi ogni giorno scrive di questi problemi.
Ma la speranza è che anche attraverso un libro, un articolo, un'inchiesta, si possa gettar luce per riportare la nostra terra ai fasti antichi, quelli che merita.