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25 settembre 2020, Aggiornato alle 17,23
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Ignazio Messina, "Perché vado via da Napoli"

Le attese al terminal, la scarsa qualità dei servizi. A fine marzo l'armatore genovese cede all'ennesima offerta di Salerno. Gallozzi: "Non è concorrenza tra porti, solo tra privati"


di Paolo Bosso 
 
L'armatore genovese Ignazio Messina non è arrabbiato, né amareggiato, è rassegnato. L'abbandono di Napoli è gioco forza una scelta naturale, l'addio a un porto che offre servizi cari e di scarsa qualità. L'ultima nave salperà dallo scalo partenopeo alla fine di giugno, poi dai primi di luglio si passa a Salerno. 
«E' dalla fine del 2011 che abbiamo problemi a Napoli, da quando abbiamo iniziato a navigare con nuove navi più lunghe». Ignazio Messina ne ha da dire. Novant'anni di ininterrotta attività che finiscono così, senza clamore. Nessuna rottura, nessun contrasto. It's business. L'addio a un porto fermo, incastrato tra tariffe salate, servizi di scarsa qualità e istituzioni immobili. «Sono dieci anni che Salerno ci corteggia» confessa l'armatore, «abbiamo sempre detto di no perché Napoli veniva per prima. Ma alla fine di marzo abbiamo ceduto di fronte a condizioni operative molto buone». Per esempio? «Le tariffe di pilotaggio costano la metà rispetto a Napoli. Per non parlare delle condizioni di attracco e delle garanzie sui tempi di sbarco e imbarco».
Messina è amareggiato in realtà, ma non lo da a vedere. Dispiaciuto per un porto, quello di Napoli, con cui è profondamente legato. «Non vorrei dire addio. E' una decisione che ci pesa, davvero. Il morale è basso, ma la scelta di Salerno è stata obbligata: non possiamo fermarci». A Napoli le attese sono troppo lunghe e il tempo perso in porto è veramente denaro perso. «Abbiamo fatto un calcolo – spiega l'armatore genovese - sommando tutte le attese del 2012 abbiamo totalizzato quaranta giorni di inoperatività». Un'enormità che l'armatore ha quantificato in cinquecentomila euro bruciati. «Per noi il problema qui non sono i pescaggi – precisa Messina – ma la lunghezza dei moli di Soteco», il terminal che insieme a Conateco forma il polo container di Napoli. «Le unità più lunghe – spiega - sono costrette ad ormeggiare in andana (perpendicolare alla banchina ndr)». Così troppo spesso l'armatore si è ritrovato a mettere le proprie navi in fila per entrare in Conateco. «Ma il contratto lo abbiamo con Soteco» chiosa Messina. Risultato: un sacco di tempo perso. E così all'ennesima proposta di Agostino Gallozzi, ad del Salerno Container Terminal, Ignazio Messina non ci ha pensato due volte. Un pacchetto molto conveniente, costi normali, alta qualità dei servizi tecnico-nautici (rimorchio, pilotaggio, ormeggio, etc.) e fondamentalmente «una garanzia di operatività che Napoli non offre più». Possibile che il porto non si sia accorto di niente? «Sono anni che ci lamentiamo inutilmente, vedi la darsena di Levante», il progetto da 400 milioni di euro per raddoppiare la capacità di Soteco e Conateco. Mai partito.
Il contratto con Gallozzi vale tre anni e garantirà almeno 40mila teu l‘anno per 150 approdi, un traffico di cui beneficerà il mercato dell'agro nocerino-sarnese. «Siamo contenti – sorride Gallozzi - è un premio frutto dell'eccellenza delle nostre maestranze». Tra un anno e mezzo sarà pronto Salerno Porta Ovest, quattro chilometri e mezzo di allacci stradali porto-autostrada che faranno decollare le autostrade del mare. «Non c'è alcuno scontro tra porti – ci tiene a precisare Gallozzi - sarebbe davvero provinciale parlare di concorrenza, al massimo è concorrenza tra privati». Napoli resterà a bocca asciutta? Restano le linee di trasbordo con la Libia che collegano lo scalo partenopeo a Benghazi, Tripoli, Misurata e Homs, «ma termineranno ad agosto – conclude Messina - poi decideremo cosa fare».
 
Nella foto la stretta di mano tra Agostino Gallozzi (a sinistra) e Ignazio Messina