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Porto di Napoli
14 dicembre 2018, Aggiornato alle 15,30
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Infrastrutture

I sogni "proibiti" dei porti italiani

Le priorità infrastrutturali devono fare i conti con la carenza di risorse e i ritardi accumulati. L'analisi di Tobia Costagliola


di Tobia Costagliola - DL News

Per alcuni porti bisogna guardare, con un giusto mix di fantasia e realismo, alla crescita e allo sviluppo non soltanto in termini di adeguamento al gigantismo navale. Gigantismo che, orientato verso progressioni esponenziali, tende ad aumentare i profitti solo per i gestori, col raggiungimento di una economia di scala sempre più esasperata mentre le "portualità" assumono l'inconscio e illusorio ruolo di investitori e "complici" ad un costo antieconomico che finisce solo per assorbire risorse che potrebbero essere destinate ad altri fini. Per alcuni porti potrebbe essere ancora valido (vedi Venezia) il vecchio principio che le navi devono adeguarsi agli approdi e non viceversa.

In questo confusionario scenario socio-politico ci riesce difficile capire se stiamo vivendo ancora una fase preelettorale o un avanzato stato di governabilità con attuazione di programmi ben definiti. […] Con i tempi che corrono, credo che ognuno di noi dovrebbe rinunciare alle proprie aspettative puramente campanilistiche e cercare di individuare, con somma obiettività e distacco, una scala delle priorità. Dovremmo capire o spiegare a chi non capisce, una volta per tutte e senza ulteriori ritardi, quali sono queste priorità e quali opere dovremmo rimandare a tempi migliori. Mi riferisco soprattutto a quelle opere, anche se belle, rappresentative, decorative ed entusiasmanti, come i "water front" ecc. che darebbero maggiore attrattiva a porti come Genova, Napoli e altri a quelle strutture portuali progettate per scali che, per la loro posizione geografica non potranno mai attirare traffici remunerativi o rispondenti alle comuni logiche di mercato. 

Anche se ciò fosse, la carenza di risorse ed i ritardi accumulati per "agganciarci" al sistema infrastrutturale europeo, richiederebbe uno sforzo in avanti per alcune realtà e una temporanea parziale rinuncia per altre realtà che pur ritengono legittime ed improrogabili le loro aspirazioni (talvolta velleità). Tuttavia, si continua a dissertare sulle "grandi opere", della loro reale utilità per il paese, dei loro costi, dei rischi, quali corruzione, clientelismo, burocrazia, carente efficienza tecnica ecc, indotti dalle procedure di attuazione anche di una minima parte della "annosa" lista. 

Sembra un gioco da salotto, quasi un passatempo, in cui i partecipanti, nella parte di "rappresentanti del popolo", assumono il ruolo di esperti in economia, trasporti, finanza, ingegneria, ecologia ecc., osservando scrupolosamente l'impegno preso prima di entrare nel salotto: pensare solo agli italiani e all'Italia senza avere alcuna cognizione del tempo e della "posizione" (non la loro, nel salotto o per le strade...) ma la posizione (geografica) del nostro Paese nel contesto dei trasporti e delle comunicazioni inter-europee. Sottolineare ancora il fattore "tempo" non è mai superfluo: le indecisioni degli anni passati, la discussione sterile su progetti assurdi, la burocrazia, l'instabilità politica, la cecità di alcune menti "decisioniste" e anche la "disinformazione" (voluta o naturale conseguenza di vacui interessi) con i conseguenti paralizzanti ritardi, ci hanno portati allo stato attuale di arretratezza. Sarebbe facile e stimolante parlare di arretratezza nei confronti di altri paesi soprattutto confinanti o destinatari finali di quei traffici che "premono" da tutte le direzioni. E', invece, estremamente grave parlare di arretratezza riferita ad un nostro endemico "difetto" di crescita, di cui si continua a parlare come di qualcosa di vago e non ben individuato da realizzare in un futuro non meglio definito né nella forma, né nella sostanza.

Nonostante tutto, mentre ci divertiamo, non so quanto, ad assistere alle schermaglie tra i due "soci" al governo che  cercano con ostinazione di volere, a tutti i costi, cercare di  mantenere gli onerosi impegni presi con gli elettori, molti di noi, con spirito stoico, non senza un filo di speranza, diciamo, tra noi stessi: "stiamo tranquilli e vediamo come va a finire", oppure, "vediamo dove vogliono arrivare" (non posso fare a meno di ricordare Totò che, schiaffeggiato e malmenato, a più riprese, da un energumeno che lo chiamava Pasquale, rideva dicendo, tra sé e sé: "voglio vedere sto stupido dove vuole arrivare… chi se ne frega (degli schiaffi) mica io sono Pasquale!"