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Cultura

Colera, cozze e scafi blu

Storie di epidemie e contrabbando nella Napoli anni Settanta raccontata da Silvestro Sannino

(Ph: Altomareblu.it)

di Silvestro Sannino - DL Notizie

Siamo tra fine agosto ed inizi di settembre del 1973. Un'epidemia di colera si scopre in Torre del Greco e si propaga nella zona di Napoli. Le sirene delle ambulanze diventano sempre più frequenti e laceranti. Si fa strada l'ipotesi che dei mitili (leggi cozze) della Tunisia siano il principale veicolo del vibrione. Si vieta la vendita dei frutti di mare e vengono eliminati i vivai dei mitili prossimi ai nuclei urbani. Le cozze al mercato nero si trovano a duemila lire al kg. mentre pochi giorni prima il prezzo corrente era di appena 200 lire/kg. Eduardo De Filippo dedica una poesia alla imputata cozza che non può evitare la condanna per essere "une boite à merde" suo malgrado.

Una nutrita cronaca dai toni desolati, poi drammatici ed infine tragici, fece da cornice alla epidemia che alla fine doveva registrare poco più di un migliaio di ricoveri agli ospedali e circa una trentina di morti. Cifre irrisorie rispetto al colera del 1884 ed ai numeri stratosferici del COVID - 19 che ci ha visitato. Per effetto dell'epidemia Napoli vedeva crescere il suo "patrimonio" di attributi negativi. La grande stima che J. W. Goethe esprime, nel suo Viaggio in Italia, per Gaetano Filangieri è fuori moda, roba di altri tempi. E l'eco del vibrione del 1973 trova ancora nuovi cantori ed interpreti di mali vecchi e nuovi.

Come nacquero gli scafi blu
Tra le misure per vincere il colera, adottate all'epoca, rientra l'eliminazione del vivaio di mitili, appena a mare dell'isolotto di Megaride (Castel dell'Ovo), gestito dai pescatori del vicino Pallonetto di Santa Lucia. Eppure era ormai noto che le cozze mangiate cotte non costituivano alcun pericolo di colera. Un arguto osservatore non poté fare a meno di dire "Ma voi, che cozze dite?!" Ed i pescatori si trovarono privati della loro naturale attività. Molti di essi furono attratti dalle sirene del contrabbando di sigarette.

Gli scafi blu, tipici veicoli marini delle bionde, nel porticciolo di Santa Lucia divennero sempre più numerosi. Gli scafi avevano una carena a V, un'ampia stiva scoperta e velocità superiori ai 40 nodi. I giovani avevano così la possibilità di un impegno con guadagni favolosi. Uno scafista percepiva fino a trecentomila lire per ogni trasporto di bionde dalla "nave madre". Si poteva permettere quindi i locali notturni più in, con la bella di turno, ed ordinare le migliori marche di Champagne. La dolce sirena delle "bionde" diventava attraente. Si operava anche con tempo avverso e qualcuno pagava con la vita. Il rito delle corone di fiori lanciate al largo di Capri, quando la tramontana notturna puniva il temerario ignaro, non faceva desistere gli altri. E quando si pratica un certo stile di vita è difficile poi ritornare a dimensioni più contenute nel modus vivendi.

Le sigarette illegali si vendevano ovunque. Si diceva che mezza Napoli vendeva sigarette all'altra metà della città che le comprava. Sofia Loren nel film vende sigarette ma evita la galera perché ha sempre la "panza". L'immagine, la filosofia di una Napoli che si "arrangia", che sa vivere di espedienti si perpetua e si consolida. L'attività illegale è tollerata, accettata con ironia e simpatia a tutti i livelli, e viene anche giustificata sul piano sociale ed economico: in fondo vendere le sigarette senza la gabella statale è un modo per elargire un contributo speciale ad una zona povera, ad una fascia con un reddito tra i più bassi del Paese.

Gli scafi blu, con le loro ardite manovre, danno fastidio e producono danni alle barche dei Circoli Nautici di Santa Lucia. Vengono sporte numerose denunce ma riescono a farla franca per molto tempo. Alla fine, non si sa bene il motivo reale, essi vengono sloggiati e si trasferiscono altrove, in Puglia. Ma intanto le sigarette, le bionde, sono state affiancate dalla droga e l'attività criminosa ha fatto salti seri nel livello organizzativo, è diventata più invadente nella vita civile con i suoi tristi, nefasti riflessi sul piano sociale di un ambiente che sembra marciare su una china in discesa verso un diffuso degrado, con poche speranze di riscatto. Anzi no! La filosofia della ninfa Parthenope rivive e si rigenera nel pallone, col pallone.

Tag: storia - nautica - napoli