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Napoli adotta i 147 fari d'Italia

Nel capoluogo campano è presente la Direzione Fari e Segnalamenti responsabile per tutto il territorio nazionale

Faro Punta Carena - Capri

di Marco Molino (Corriere del Mezzogiorno del 25 gennaio 2021)

Un bagliore lacera le tenebre e gli infreddoliti naviganti avvertono quel rassicurante tepore nelle ossa, nonostante in plancia prosegua impeccabile il lavoro dei moderni strumenti digitali. Gli uomini di mare sono infatti consapevoli che quel raggio proiettato dal faro nella notte è come un filo magico che li lega alla terraferma, aiutandoli ad orientarsi e a superare momenti difficili. In cima alle torri solitarie si sono succedute le epoche, dai primi falò di fascine ai più avanzati pannelli a led, eppure le "lanterne" del terzo millennio rimangono con le fondamenta ben piantate nella storia. Sarà per questo felice connubio tra antiche suggestioni marinare e progresso tecnologico che proprio a Napoli è stata costituita la Direzione Fari e Segnalamenti responsabile per tutto il territorio nazionale, team specializzato della Marina Militare insediato nella base navale del Molo San Vincenzo.

Sono 147 i fari oggi attivi sulle coste italiane, ai quali si aggiungono 713 fanali (comprese mede e boe), da Trieste a Pantelleria. Lungo questo confine luminoso della penisola intervengono gli operatori coordinati dal centro partenopeo, ramo del Comando Logistico che ha sede a Nisida, impegnato a pianificare e curare il funzionamento degli ausili visivi alla navigazione; patrimonio anche culturale e paesaggistico che ha trovato nel capoluogo campano i suoi custodi.

"La e-navigation è stata un importante passo avanti per la sicurezza dei marittimi, ma non dobbiamo mai dimenticare che si tratta sempre di un'attività legata all'uomo e alle sue capacità", spiega il Capitano di Vascello Angelo Patruno, comandante della Direzione Fari. "Da Napoli siamo costantemente collegati con l'ufficio tecnico a La Spezia e con gli altri comandi territoriali a Venezia, Taranto, La Maddalena e Messina. Fondamentale però il compito ispettivo e non solo per le ovvie necessità di controllo: arricchisce infatti il contatto diretto con i faristi, civili al servizio del ministero della Difesa, persone affascinanti e con un notevole bagaglio umano e culturale, spesso figli o nipoti d'arte".

È dal 1911 che la Marina Militare cura la gestione dei fari sul territorio nazionale. Diciassette di questi sono abbarbicati sui ripidi promontori della Campania, a picco sul Tirreno. Nidi fuori dal mondo, ma pregni di memoria. Come il faro di Capo d'Orso a Maiori, realizzato nel 1882 e oggi curato dal Wwf che organizza sull'oasi naturale (lockdown permettendo) iniziative di turismo responsabile e birdwatching. All'interno c'è ancora il forno che la famiglia del guardiano utilizzava per il pane. Echi di remote battaglie si avvertono invece presso il faro di Punta Carena a Capri, secondo in Italia per dimensione e portata luminosa dopo la Lanterna di Genova. Dietro la torre c'è un muraglione innalzato all'inizio dell'800 dagli inglesi per fronteggiare attacchi di navi nemiche. E la storia ha incrociato i destini anche del faro di Capo Miseno, posizionato all'estremità settentrionale del Golfo di Napoli. Distrutto nel 1943 dai bombardamenti tedeschi, fu ricostruito dopo la guerra in cima ad una scalinata panoramica che i visitatori percorrono come in processione: è uno dei monumenti "moderni" dell'area flegrea.

Responsabile dei fari campani, oltre a quelli del Lazio e delle Isole Pontine, è il Capitano di Fregata Raffaele Mencucci, che si definisce un logistico operativo. "Quando c'è un malfunzionamento causato magari dalle dure condizioni meteo marine – racconta – ci arriva un messaggio sms e una squadra interviene prontamente per riparare o sostituire un quadro di comando o una lampada. Ma al di là dell'efficienza delle apparecchiature, resta il fascino di queste imponenti strutture che vanno tutelate dal punto di vista architettonico". 

Pure lo skyline del capoluogo è dominato da un faro, quello edificato nel 1916 sul Molo San Vincenzo, che svetta con i suoi 24 metri d'altezza sulla diga foranea borbonica, aperta al pubblico in speciali occasioni grazie all'impegno dell'associazione "Friends of Molo San Vincenzo". La Real Marina dell'epoca aveva realizzato proprio qui un grande arsenale e un bacino di raddobbo, il primo del suo genere in Italia. Vi era inoltre una fabbrica di cannoni e un efficiente porto militare. "Nonostante il tempo trascorso ed il significativo ridimensionamento degli spazi e delle strutture in dotazione, oggi come nel passato la Marina Militare non può fare a meno di Napoli", dichiara l'Ammiraglio di Squadra Eduardo Serra, alla guida del Comando Logistico nazionale dal 2017. "Attraverso il comando, abbiamo avviato numerose collaborazioni con le Università e le tante eccellenze locali, pubbliche e private, per condividere esperienze nel complesso mondo della marittimità con l'obiettivo di una crescita comune". Ed ecco che i fari diventano infine un'utile metafora per la nostra capitale mediterranea, che nella vocazione marinara ha forse ritrovato la sua luce-guida.