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Porto di Napoli
16 ottobre 2018, Aggiornato alle 19,30
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Cultura

Il mare in tre domande a... Ciro Raia

Uno storico e scrittore racconta le vicende della Napoli capitale del Mediterraneo tra medioevo e rinascimento


di Marco Molino

Il celebre suggerimento "follow the money", "segui i soldi", che l'informatore segreto diede ai due giornalisti del Washington Post per scoprire i misteri del caso Watergate, si potrebbe reinterpretare in un "segui le rotte del commercio" per comprendere la mutevole geografia del potere sulle sponde del Mare Nostrum, dove ancora oggi controllare porti e navi significa molto per il benessere di una nazione. Ebbene, dalla metà del Trecento fino al Cinquecento voleva dire tutto.


Ciro Raia, in quell'epoca Napoli poté considerarsi una vera e propria capitale mediterranea, vantando relazioni dirette con Costantinopoli, Creta, Cipro. All'inizio del '300 la capitale del sud si trasforma e si amplia notevolmente. Quale era il rapporto che quella città del basso medioevo aveva con il mare?
«La fortuna di essere lambita dalle acque del Mediterraneo ha consentito a Napoli, nei primi secoli successivi al Mille (ma anche in precedenza), di occupare un posto di preminenza nella storia dei commerci, degli scambi culturali e dell'integrazione interrazziale. Il tutto, ovviamente, era stato favorito dalla posizione geografica che aveva garantito un porto già ben funzionante ed ospitale a confronto di una miriade di approdi difficili e/o di irrilevante importanza dei territori limitrofi. Il ruolo di capitale del Regno, aveva garantito alla città di Napoli anche lo sviluppo di una rete stradale utile ai viaggiatori ed ai traffici delle merci. Non altrettanto si poteva dire per altre comunità del Regno affacciate sul mare, che, invece, erano costrette a non potere godere della loro posizione geografica, sia per l'irrilevante importanza dei loro approdi (meglio, forse, dire caricatoi) sia per le barriere fisiche costituite dagli accessi impervi alle costole appenniniche.
Nel corso del XIV secolo, perciò, numerosi erano i mercanti ed i banchieri stranieri, che proliferavano, giorno per giorno, anche per gli incarichi di fiducia che riuscivano ad avere dalla corte. Così, al tempo della dominazione angioina a Napoli, i toscani stanziavano, di norma, in via dei Fiorentini; i francesi ed i provenzali, affollavano, invece, la "rua francesca". Spesso, poi, gli uomini di affari si mescolavano ai mercenari catalani (al servizio degli Angioini), ai Greci (arrivati al servizio di Caterina di Courtenay, la madre di Luigi di Taranto) ed ai Bulgari (giunti in occasione delle nozze tra Agnese di Taranto e lo zar Giovanni Stefano Siscman). Non mancavano nemmeno rappresentanti della comunità ebraica, che, nella regione di Portanova, vivevano con i proventi derivanti dalle loro attività di rigattieri, commercianti o usurai. Senza dimenticare, infine, una nutrita presenza degli Ungari, giunti al seguito di Andrea, il primo marito di Giovanna I d'Angiò».


Intorno al Cinquecento cresce la forza e la pericolosità dei turchi e dei Barbareschi nel Mediterraneo. In quegli anni il mare, soprattutto nel sud della Penisola, viene identificato come luogo che incute paura. In che modo si evidenzia la nuova necessità difensiva?
«Le incursioni piratesche del XVI secolo richiesero, dal punto di vista edilizio ed architettonico, la necessità di varare un piano di ristrutturazione e - laddove non esistente – di costruzione di muratura difensiva. Furono innalzate, infatti, delle rozze torri di avvistamento (alcune ancora oggi in piedi), mentre le porte dei paesi e delle città furono dotate di opere di architettura militare. Fu il viceré Pedro de Toledo ad intensificare le opere murarie a difesa della popolazione del regno. Ma anche i privati e le stesse università non si sottrassero dal perseguire l'obiettivo della protezione delle rispettive comunità. I privati innalzarono torri di avvistamento a base cilindrica, mentre gli ordini vicereali richiedevano torri di preferenza quadrate e di altezza maggiore a quelle commissionate dalle università. Lungo le coste, poi, si innalzarono anche numerosi castelli, che ospitavano non solo le famiglie dei castellani ma anche un cospicuo nucleo di soldati armati. I castelli e le torri costiere erano intervallate da guardiole, che fungevano da collegamento ed erano sotto la stretta osservazione di armigeri al comando dei torrieri (uomini di provata esperienza). Ad ogni torre, dotata di feritoie per gli archibugieri e dell'altezza massima di tre piani, vi si accedeva attraverso un ponte levatoio. Nei vari piani i soldati erano pronti ad usare le colubrine e le bombarde e, nei momenti di grande pericolo, anche le catapulte per il lancio di grosse pietre».


A partire dalla scoperta dell'America nel 1492 e ancor di più nel secolo successivo si affermano le colonie d'oltreoceano. Le rotte commerciali si estendono all'Atlantico e al Pacifico. Sembra quasi che il Mediterraneo sia diventato più piccolo, certamente meno centrale nelle dinamiche economiche e politiche. Che ripercussioni ha su Napoli questo nuovo scenario?
«Negli anni di fine secolo XV, nell'Italia meridionale, per problemi di conservazione dinastica (Ferdinando il Cattolico e lo scontro con la Francia, che tentava di annettersi il Regno di Napoli) e per l'incombente pericolo costituito dai Turchi, l'eccezionale impresa di Colombo passò quasi sotto silenzio. In ogni caso, a perdere vigore commerciale e a non godere più di un ruolo politico privilegiato, a seguito della scoperta dell'America, fu più la Repubblica marinara di Amalfi che non Napoli. Il Regno con capitale la città partenopea aveva goduto, infatti, solo di riflesso della presenza di nuove terre adagiate sulle sponde dell'Atlantico. Da sempre, infatti, terra di conquista, Napoli si era affidata, di volta in volta, alle dominazioni dei popoli europei, che ne avevano vantato, con il dominio, anche l'indirizzo di politica estera.
Negli anni successivi alla dominazione aragonese, Napoli in campo commerciale – a detta degli stessi Arabi – era riuscita a diventare la città del lino, sia per la produzione che per la lavorazione. Primato raggiunto, quello del lino, insieme a quello serico, grazie allo sviluppo della bachicoltura locale. Inoltre, dopo il lungo periodo del viceregno, in cui fu esaltata l'arte barocca, Napoli era diventata anche la città del damasco e del tappeto, con conseguente scambi commerciali con i paesi mediterranei. In ultimo, siccome la città capitale era il crocevia di tutti i traffici, sulle vie del mare era stato possibile incrementare anche la vendita della lana, che proveniva dalle terre dell'Abruzzo. Per cui il Mediterraneo e la città di Napoli mantennero sempre un ruolo di primo piano, come porta sul mondo, come incontro di popoli, come incrocio di interessi politici ed economici».

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Ciro Raia, cultore di storia e di storie, è nativo di Somma Vesuviana. Ha trascorso la vita nella scuola (docente, formatore, preside). Ha, infatti e non per caso, numerose pubblicazioni scolastiche alle spalle edite da Mursia, Ferraro e Simone. Si è cimentato anche in saggi storici, racconti e biografie pubblicati con gli editori Lacaita, Guida, Pironti, Dante&Descartes, Polidoro. Ricopre, inoltre, la carica di presidente dell'I.RE.S.CO.L. (Istituto Regionale per lo Studio della Storia dei Comuni e delle Comunità Locali); fa, inoltre, parte del direttivo dell'Istituto Campano di Storia della Resistenza "Vera Lombardi" ed è componente del comitato tecnico-scientifico della Fondazione "Pietro Nenni" di Roma