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Il giovedì nero di Hanjin

Cronaca di una settimana difficile per l'armatore sudcoreano che va verso l'amministrazione controllata


a cura di Paolo Bosso

La settima compagnia marittima container del mondo va verso l'amministrazione controllata. Giovedì scorso la Seoul Central District ha accolto l'istanza della Hanjin Shipping, evitando per il momento qualunque fallimento o concordato preventivo. 

Una settimana molto difficile per la compagnia coreana, iniziata con il rifiuto del creditore principale, la Korea Development Bank, di concedere altra liquidità. A questa è seguita la presentazione dell'istanza di amministrazione controllata al tribunale coreano da parte dell'armatore, a cui è seguita la convocazione di compagnia e creditori da parte della Financial Services Commission di Seul, culminata infine con la decisione della corte sudcoreana.

A fronte della proposta di un'iniezione di capitale pari a 400 miliardi di won (357,7 milioni di dollari) da parte del maggiore azionista, la Korean Air Lines, i creditori ne chiedono perlomeno 600 miliardi (536,6 milioni). A nulla sono serviti i tagli dei noli, su cui alcuni operatori avevano già espresso contrarietà. E non appare sufficiente neanche il piano concordato a maggio per una ristrutturazione da oltre 300 milioni di dollari. Hanjin ha un'esposizione creditizia di 660 miliardi di won (590,3 milioni), mentre l'indebitamento netto ammonta a poco più di seimila miliardi di won (5,4 miliardi).

La crisi di Hanjin arriva con una certa intempestività, con la domanda stagionale di beni al suo picco in vista delle festività di fine anno. Cercando di contenere le ricadute, la Seoul Central District ha detto che ora dovrebbe iniziare un "procedimento di riabilitazione", per consentire ad Hanjin di intraprendere azioni legali in altri paesi per mantenere le navi e i beni bloccati. Ma secondo gli analisti questa previsione della corte difficilmente si realizzerà. «A differenza del carico secco, il trasporto marittimo di linea è una questione di marketing e affidabilità. Non esiste ancora un caso di grande compagnia che riemerge da un collasso», osserva al Guardian Rahul Kapoor, direttore del comparto marittimo di Drewry. «C'è perdita di fiducia tra i clienti. È molto improbabile che Hanjin possa risorgere dalle proprie ceneri». 

La cronaca di giovedì
Dopo il no della Korea Development Bank, l'operatività di Hanjin è stata messa a dura prova questa settimana, con da un lato i "colleghi" armatori – sempre più alleati tra loro in questi ultimi anni – che hanno iniziato a prendere le distanze, dall'altro i caricatori e le autorità che hanno negato le operazioni di scarico o l'accesso delle navi ai porti vista l'alta probabilità di non essere remunerati. Cma Cgm ha comunicato la cessazione della collaborazione su cinque linee marittime in condivisione. La Korea International Trade Association ha detto che giovedi  circa dieci navi Hanjin in Cina sono state bloccate da noleggiatori e autorità, che si aggiungono a un'unità ferma nel porto di Singapore all'inizio della settimana. Sempre giovedì, nei porti di Los Angeles e Long Beach quattro portacontainer sono rimaste in rada. «La preoccupazione principale dei rivenditori è che ci sono milioni di dollari di merce da piazzare sugli scaffali dei negozi», spiega Jonathan Gold, vicepresidente Hanjin per la politica doganale. «Una parte di questa merce è ferma in Asia in attesa di essere caricata, altra è già in mare e si trova fuori i porti in attesa di essere raccolta. È comprensibile che gli operatori dei terminal, delle ferrovie e delle imprese di autotrasporto non vogliano fare il lavoro per Hanjin senza essere pagati». Lo stesso giorno, la National Retail Federation, la più grande associazione del commercio Usa, ha scritto al segretario statunitense del commercio, Penny Pritzker, e al presidente della Federal Maritime Commission, Mario Cordero, esortandoli a collaborare con il governo sudcoreano e i porti per evitare interruzioni delle attività dell'armatore. Il trasportato di Hanjin rappresenta quasi un decimo del volume del Pacifico scambiato negli Stati Uniti: il fallimento avrebbe ripercussioni sull'intera catena di fornitura locale e di conseguenza globale.

Fortunatamente, altre compagnie marittime si sono accollate una parte della merce di Hanjin, ma a caro prezzo visto che le navi già viaggiano con un'alta capacità per via dell'alta stagione. Il prezzo di spedizione dalla Cina agli Stati Uniti di un container da 1 feu, per esempio, è rincarato fino al 50 per cento in un solo giorno, riferisce Nerijus Poskus, direttore dell'ufficio acquisti dello spedizioniere Flexport, con sede a San Francisco. Poskus prevede prezzi così alti per almeno un mese o due. Si parla di 1,700 dollari per contenitore (erano 1,100 fino a giovedì) per la tratta Cina-West Coast e 2,400 (erano 1,700) per la Cina-East Coast.