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18 settembre 2018, Aggiornato alle 16,23
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Libia instabile, export via mare a rischio

Con la Capitale invasa dalle milizie filo e contro governative, Federpetroli annuncia la sospensione delle attività


di Paolo Bosso

L'instabilità politica e sociale in Libia – è vicina alla guerra civile, se non ci è già - danneggerà inevitabilmente gli affari, fino a sospendere alcuni centri di estrazione petrolifera e rallentando di conseguenza i flussi di esportazione marittima verso l'Italia, uno dei partner europei più importanti del paese nordafricano. «Non è più possibile, almeno al momento, continuare a trattare per proseguire gli investimenti e le attività economiche petrolifere in Libia. La situazione non è più controllabile, principalmente per incontri e meeting a Tripoli», secondo il presidente della Federpetroli Italia, Michele Marsiglia. 

È dal 2011, periodo della Primavera araba e dell'uccisione dell'ex presidente della Libia, Muammar Gheddafi, che l'attività di estrazione del petrolio sono riprese ma con scarsa regolarità. Sono in ritardo diversi progetti e lontani i livelli produttivi di anni fa. Federpetroli riferisce che alcune strutture hanno richiamato il personale dai siti più a rischio. «Da circa un anno - spiega Marsiglia - abbiamo iniziato una fase di recupero economico per le aziende che sono rimaste danneggiate dal mancato incasso delle attività svolte su alcuni giacimenti. Dal 2011 l'effetto domino ha creato una fase di criticità alle aziende che hanno contribuito alla realizzazione di infrastrutture per l'estrazione di petrolio e gas. Definiamo la nostra operatività di massima allerta e non possiamo esporre a rischio risorse umane, attività e le stesse aziende di settore».

«Il mio appello è rivolto all'Unione Europea e l'ONU affinché operino da mediatori riportando l'Italia e la Francia al tavolo della discussione. L'obiettivo deve essere quello di individuare una strategia di azione da discutere alla Conferenza che si terrà a Roma a fine settembre, occasione concreta per dare una svolta a questa situazione», commenta Antonio Panzeri, presidente della sottocommissione per i Diritti umani e relatore permanente sulla Libia per il Parlamento europeo.

In Libia il clima è peggiorato la settimana scorsa, quando alcune milizie provenienti da sud di Tripoli hanno attaccato alcuni quartieri. Tra queste c'era la Settima Brigata, vicina al generale Khalifa Haftar, ostile al governo nazionale guidato dal primo ministro Fayez al Sarraj e appoggiato dall'ONU. Domenica scorsa 400 detenuti sono scappati, dopo una rivolta, da un carcere di Tripoli. Lo stesso giorno, sempre nella Capitale, un razzo è caduto in un campo profughi provocando la morte di due persone. Scontri tra milizie rivali hanno portato alla morte, ad oggi, di almeno 47 persone.

L'Italia e la Francia, i principali partner commerciali della Libia, non sono coesi nell'appoggio internazionale. L'Italia appoggia apertamente il governo di Serraj mentre la Francia tiene aperto un canale anche con il generale Haftar.

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