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13 novembre 2019, Aggiornato alle 11,21
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Politiche marittime

Tasse ai porti italiani? Che si aprano alle partecipate

Il nuovo assetto amministrativo che chiede l'Ue non deve necessariamente passare per una società per azioni. Basterebbe cambiare l'articolo 6 della legge 84/94

Il porto di Genova (Shutterstock)

di Felice Magarelli

Negli ultimi tempi si discute molto dell'eventualità che le Autorità portuali italiane possano essere trasformate in vere e proprie società per azioni, come sembrerebbe auspicare anche la Commissione europea che nel frattempo, considerandole alla stregua di imprese, chiede il pagamento delle tasse sui canoni demaniali.

Il presidente Zeno D'Agostino, a capo dei porti di Trieste e Monfalcone, in una recente intervista ha detto che per attribuire maggior dinamismo alle Autorità portuali non è necessario ricorrere alla loro conversione ma basterebbe semplicemente eliminare qualche piccolo vincolo di carattere normativo che ne riduce drasticamente la capacità d'azione. Il riferimento è al comma 11 dell'art.6, L.84/94 che non consente a queste amministrazioni di detenere partecipazioni maggioritarie all'interno di società che si occupano di logistica e intermodalità.

La legge 84/94 e sue modificazioni (il comma 11 è a pagina 30)

A mio parere, potrebbe essere questa una delle possibili soluzioni da cui partire, per andare incontro alle esigenze di chi giustamente chiede un maggior efficientamento dei processi decisionali, senza però demolire la connotazione statale dei porti ed evitando soprattutto che finiscano nelle mani sbagliate.

In realtà la trasformazione dei porti italiani in società per azioni, oltre ad essere di non facile attuazione risulta in netto contrasto con la posizione di molti addetti ai lavori, i quali ritengono che un'ipotetica privatizzazione rappresenterebbe un serio ostacolo all'effettivo sviluppo degli scali. Com'è noto, la natura giuridica di questi enti prevede che essi svolgano esclusivamente compiti di governo, disciplina, programmazione, promozione e coordinamento. In questo quadro, le gestioni portuali, di fatto già private, vengono ricondotte all'interno di un contesto regolatorio che solo le enti pubblici non economici possono appunto assicurare. Secondo alcuni, uno stravolgimento sostanziale dell'attuale assetto, oltre a svilire la funzione di terzietà delle AdSP, comprometterebbe fortemente anche l'ottenimento dei cosiddetti "aiuti di stato", in relazione ad interventi infrastrutturali da realizzarsi attraverso gli investimenti.

Occorre altresì aggiungere che sul versante sindacale, almeno due delle tre sigle confederali, CGIL e UIL trasporti, sostengono che il passaggio da un ambito disciplinato per legge ad uno deregolamentato possa generare, com'è accaduto per altri settori produttivi, gravi inefficienze e sprechi con inevitabili e pesanti ripercussioni a carico della collettività.

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