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Armatori - Cultura

Riuscirà mai l'Italia ad avere una nave museo?

Una rassegna delle storiche unità della Marina Militare che avrebbero potuto degnamente ospitare un'esposizione permanente dedicata alle tradizioni marinare della penisola

L'incrociatore Garibaldi (fonte: Wikipedia)

di Guido Barbazza - DL News

L'incrociatore lanciamissili Vittorio Veneto, ex nave ammiraglia della Marina Militare Italiana, in servizio dal 1969 al 2002, dopo il solito, inconcludente, teatrino di politici che ne volevano, a parole, fare una nave-museo, a Taranto o a Trieste, a inizio estate è mestamente partito per il suo ultimo viaggio, per essere demolito in Turchia. Ancora una volta, l'Italia è risultata incapace di sottolineare, attraverso l'istituzione di un museo galleggiante, la sua grande tradizione marinara, che l'ha vista per secoli inventare e costruire molte delle più belle, efficienti, veloci, potenti, navi che abbiano solcato i mari del mondo. Basti pensare al Rex, alla Michelangelo e alla Raffaello, alle corazzate e agli incrociatori della prima e della seconda guerra mondiale, senza dimenticare le grandi navi a vela dell'Ottocento, come i "mille bianchi velieri di Camogli". 

Alcuni esempi all'estero
Le grandi potenze navali mondiali non si sono mai fatte scappare l'occasione di celebrare la propria valenza e potenza marittima, basta pensare all'incrociatore leggero Belfast (1939), che fa bella vista di sè nel Tamigi, al vascello di Prima Classe Victory (1778), l'ammiraglia di Nelson, e alla nave corazzata a vapore Warrior (1861), entrambe navi-museo a Portsmouth, o alle grandi corazzate americane come la Wisconsin (1944) a Norfolk, la New Jersey (1943) sul fiume Delaware a Philadelphia e la Yowa (1943) a Los Angeles. A Long Beach fa sfoggio della sua eleganza il transatlantico inglese Queen Mary (1936), la cui cappella è stata mantenuta consacrata ed è oggi meta ambita per cerimonie di nozze, in simbiosi con il ristorante di bordo. Altre "vecchie signore" oggi navi-museo sono ad esempio le navi da carico a vela, a tre alberi, Rickmer Rickmers, in servizio dal 1896 al 1962, oggi nel porto di Amburgo, e la Suomen Joutsen, del 1902, ormeggiata di fronte al Museo Navale di Turku, in Finlandia. Navi ammirate da visitatori di ogni parte del mondo e che, oltre all'immagine ed all'orgoglio nazionale, generano importanti ricadute economiche sui territori che le ospitano. E delle migliaia di bellissime e, anzi, ancor più belle, grandi navi italiane? Zero. Niente. Tutte dimenticate, demolite, mestamente e nella totale noncuranza. Sembra impossibile, ma nessuna, proprio nessuna, è stata salvata. A parte la sezione prodiera della Regia Nave Puglia (1901) e del MAS 96 (1917) conservati al Vittoriale degli Italiani, e dei piccoli sottomarini Nazario Sauro al Museo del Mare di Genova e Enrico Toti al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, comunque unità minori o dalla storia quasi anonima, (e, Sauro a parte, "a secco") l'Italia è sprovvista di almeno una grande, storica, simbolica, significativa, nave-museo. 

La storia del Garibaldi
Forse l'occasione più grande, ovviamente puntualmente persa, è stata quella del Giuseppe Garibaldi, motto "Obbedisco", bellissimo incrociatore leggero della Regia Marina Italiana, che, nella sua lunga storia, ne aveva viste veramente di tutti i colori. Una nave da 9.000 tonnellate, 187 metri di lunghezza che filava a ben 33-34 nodi. Costruito dai Cantieri Riuniti dell'Adriatico ed entrato in servizio nel giugno del 1938, già nell'aprile del 1939 partecipò con tiri contro costa all'occupazione dell'Albania, dopodichè prese parte a diversi scontri navali contro la Royal Navy nel mar Mediterraneo. Partecipò alle battaglie di Punta Stilo (9 luglio 1940) e di Capo Matapan (28-29 marzo 1941). A Punta Stilo colpì con la propria artiglieria da 152/55 l'incrociatore Neptune della Royal Navy provocando danni consistenti. Tra le due battaglie, uscì indenne all'attacco degli aerosiluranti inglesi all'Arsenale di Taranto dell'11-12 novembre 1940. Colpito, il 28 luglio 1941, da un siluro del sommergibile britannico Upholder, venne prontamente rimesso in efficienza e fu impegnato in numerose scorte ai convogli italiani diretti al fronte africano e nel mar Egeo, oltre che per l'interdizione di convogli inglesi diretti a Malta. In occasione di una di quelle missioni a causa di un'avaria alle macchine dovette essere rimorchiato fino a Taranto. Tornato ad operare in acque nazionali dopo essere stato colpito da schegge di bomba d'aereo mentre si trovava a Messina (che causarono purtroppo delle vittime a bordo), il Garibaldi all'inizio del 1943 si spostò a Genova per sfuggire ai bombardamenti aerei anglo-statunitensi, sempre più intensi ed incalzanti, dove lo colse l'armistizio dell'8 settembre 1943. Salpò così con la squadra navale condotta dalla nave da battaglia "Roma", uscendo indenne dagli attacchi aerei tedeschi che purtroppo affondarono la corazzata e si consegnò agli Alleati, operando nelle file "cobelligeranti" italiane, impiegato per pattugliamenti in Oceano Atlantico e come trasporto veloce. Dal giugno 1940 al settembre 1943 il Garibaldi prese parte a 51 missioni, per un totale di 24.047 miglia. Alla fine del conflitto le miglia percorse erano salite a quasi 50.000. Trasferito, nel 1947, alla neo-ricostituita Marina Militare Italiana, l'incrociatore fu a più riprese sottoposto a lavori di ammodernamento, installando i primi radar e anche la prima piattaforma sperimentale di appontaggio per gli elicotteri, fino a che, nel 1961, fu trasformato in incrociatore lanciamissili, dotato dei Terrier, prima unità italiana del tipo e prima di una marina europea. In aggiunta, a poppa, il Garibaldi era stato addirittura dotato, prima unità di superficie al mondo, di 4 pozzi per missili balistici statunitensi a testata nucleare Polaris, in seguito utilizzati per lo sviluppo di missili balistici nazionali tipo "Alfa". Il Garibaldi prestò servizio per dieci anni nella sua nuova configurazione come nave ammiraglia, partecipando a missioni di addestramento e di rappresentanza in Mediterraneo e oltreoceano, ospitando a bordo anche il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. Posto in disarmo nel 1971 a causa dei tagli al bilancio della Difesa, proprio per il servizio relativamente breve seguito alla sua, tra l'altro molto costosa, ricostruzione e per la sua storia lunga ed importante fu seriamente valutata l'ipotesi di trasformarlo in nave-museo. Ma, come al solito, dopo tanti discorsi, non se ne fece nulla e il 3 novembre 1978 il Garibaldi attraversò, a rimorchio e per l'ultima volta, il canale navigabile di Taranto per raggiungere La Spezia, dove sarebbe stato demolito dagli allora Cantieri del Tirreno. Però, che nave speciale fu il Garibaldi: indomita, avventurosa, innovativa e, come La Fenice caratterizzata da una vera e propria resurrezione dalle sue stesse ceneri. Che abominio fu demolirla "sic et simpliciter". Dopo tali e tante sviste e fallimenti, riuscirà mail l'Italia ad avere una sua nave-museo. 
 

Tag: navi - storia