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Logistica

Come gli Stati Uniti stanno "bloccando" lo Stretto di Hormuz

In realtà, più che un blocco la recente iniziativa statunitense somiglia a un'operazione di controllo del traffico e scorta delle navi energetiche

Lo Stretto di Hormuz oggi (giovedì, 16 aprile 2026, ore 14.17/via AIS Live)

Sarebbero state circa 15 le navi militari statunitensi che nella notte di mercoledì hanno avviato il blocco navale dello Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico, con l'obiettivo dichiarato di garantire la sicurezza della navigazione dopo il fallimento del primo round di negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran a Islamabad. Lo stretto, da cui transita circa un quinto (20%) del greggio mondiale, resta di fatto aperto ma fortemente limitato dal punto di vista operativo, con un traffico marittimo drasticamente ridotto.

Il Comando centrale delle forze armate statunitensi in Medio Oriente ha affermato stamattina che da inizio settimana le navi da guerra statunitensi a est dello stretto hanno bloccato dieci navi, tornate poi verso i porti iraniani, e che ad oggi nessuna nave ha superato il blocco. In realtà lo Stretto di Hormuz non è del tutto chiuso. Per riuscirci gli Stati Uniti dovrebbero avvicinarsi troppo alle coste iraniane, esponendosi al fuoco nemico. Questo blocco consiste quindi in uno schieramento di navi da guerra a est dello stretto, così da impedire alle navi di raggiungerlo o di proseguire dopo averlo attraversato da ovest a est.

Secondo le informazioni diffuse nei giorni successivi all'annuncio, l'operazione americana si è progressivamente evoluta da ipotesi di blocco navale a una missione più ampia di controllo e sicurezza dei traffici, con attività di pattugliamento, monitoraggio e possibile scorta delle petroliere. Washington ha confermato l'intenzione di intercettare e ispezionare le navi sospettate di versare pedaggi o contributi alle autorità iraniane, mentre restano allo studio operazioni di sminamento per garantire la riapertura in sicurezza delle rotte.

Sul piano diplomatico, emergono tuttavia differenze tra gli alleati occidentali. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha chiarito che «il Regno Unito non sostiene un blocco navale dello Stretto di Hormuz», pur confermando la disponibilità a contribuire a iniziative di sicurezza marittima e protezione delle rotte commerciali. Questo segnala una possibile frattura nell'approccio tra Stati Uniti e partner europei, più orientati a garantire la libertà di navigazione che a sostenere misure di interdizione.

Nel frattempo, la situazione sul campo si è ulteriormente deteriorata. L'Iran ha rafforzato il proprio dispositivo militare lungo la costa meridionale, dispiegando unità navali, batterie missilistiche e forze speciali. I Pasdaran hanno ribadito di considerare lo stretto sotto il proprio «pieno controllo» e hanno avvertito che qualsiasi avvicinamento ostile sarà considerato una violazione del cessate il fuoco, con una risposta immediata.

Dal punto di vista operativo e logistico, le conseguenze sono già evidenti: il traffico di petroliere e navi commerciali nello stretto è crollato di oltre il 90 per cento rispetto ai livelli normali;
centinaia di unità restano in attesa nelle acque del Golfo o vengono dirottate verso rotte alternative; i premi assicurativi "war risk" sono aumentati drasticamente, in alcuni casi di oltre dieci volte;
diversi armatori stanno sospendendo i transiti o ricorrendo a soluzioni logistiche alternative, come corridoi terrestri o porti fuori dal Golfo.

In questo contesto, prende sempre più corpo l'ipotesi che la missione americana possa evolvere in un sistema strutturato di convogli scortati, sul modello di precedenti operazioni nel Golfo, per garantire il passaggio delle navi energetiche. Tuttavia, un simile scenario comporterebbe un ulteriore livello di escalation militare.

La crisi nello Stretto di Hormuz si conferma dunque non solo come un confronto geopolitico, ma come una disruption logistica globale, con effetti immediati sui mercati energetici, sulle supply chain e sui flussi commerciali tra Medio Oriente, Asia ed Europa.